L'Ordine degli avvocati evidenzia le disparità tra i media
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I forcaioli su Facebook
non rischiano nulla
ANDREA STERN


Sbattere il mostro sulla prima pagina del giornale non si può. Ma sulla bacheca di Facebook sì. Una situazione paradossale, nuovamente emersa a seguito della condanna per coazione sessuale di un ex funzionario del Dss. Una situazione paradossale soprattutto se si pensa che il social network, con i suoi 200mila utenti attivi in Ticino, è di gran lunga il media più diffuso nel cantone. "Sicuramente il legislatore federale dovrebbe fare una riflessione su questo tema - sostiene Gianluca Padlina, vicepresidente dell’Ordine degli avvocati del cantone Ticino (Oati).-. Poiché Facebook viene utilizzato come un media, pur non essendo un media". E quindi non dovendo sottostare alle medesime regole. "Ma allo stato attuale delle cose la situazione è questa - prosegue Padlina -. Se i media pubblicassero il nome del condannato violerebbero il Codice di procedura penale. Se invece a divulgare il nome è un qualunque cittadino, non rischia nulla". Tantomeno Facebook. "Vedo difficile chiamare in causa la piattaforma - afferma -. Già al momento dell’iscrizione gli utenti vengono resi attenti che la responsabilità di quanto scrivono è solo loro".
Nonostante ciò Facebook diventa spesso simile alle porte dei bagni in autostrada. Dove si può leggere di tutto. "Ma il social network interviene solo se vengono pubblicati contenuti violenti, illegali o di valenza penale - rimarca Padlina -. Se viene scritto il vero no". E nel caso in questione, divulgare il nome del condannato significa scrivere il vero. Diverso sarebbe scrivere "il condannato è un pedofilo". Perché è falso. Ma qui non è il caso. I post si sono limitati a rendere pubblica l’identità dell’imputato.
"Mi sembra tuttavia che queste persone abbiano fatto un po’ di confusione -sostiene Padlina -. Hanno creduto o voluto credere che il divieto di pubblicazione del nome sia stato deciso per proteggere il colpevole. Sull’onda di un certo istinto forcaiolo, hanno quindi voluto metterlo alla gogna. Senza rendersi conto che così rischiano di favorire altri colpevoli. Altri autori di simili reati". Poiché altre vittime potrebbero essere scoraggiate dal denunciare chi le ha molestate per paura di essere identificate. "Ricordo un processo con una vittima minorenne - afferma Padlina -. Aveva paura che i suoi amici venissero a sapere cose le era successo. Tutto avrebbe voluto, fuorché pubblicità sui media". Avrebbe aggiunto ulteriore sofferenza a quella della violenza, della denuncia, dell’inchiesta e del processo. Per affrontare questo percorso ci vuole un grande coraggio, cui occorre rispondere con il dovuto sostegno e la dovuta riservatezza. "Chi pubblica il nome di un condannato fa solo del male alle sue vittime - conclude Padlina - e a tutte le altre che ancora non hanno trovato la forza di parlare".

a.s.
10.02.2019


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