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Il commento
Le mille facce
della destra oltranzista
LIBERO D'AGOSTINO


Nella galassia dell’estrema destra europea si addensano decine e decine di sigle. Gruppi che nascono, scompaiono e che rinascono sotto altri nomi, ma la cui matrice unica resta sempre il mito di Patria, Nazione e Tradizione, a volte declinato su basi localistiche e autonomistiche, a volte con vere spinte secessionistiche. Movimenti che negli anni si sono limitati solo ad un lavoro di agitazione e contaminazione culturale sui temi del territorio, della comunità e dell’identità o che invece hanno scelto la militanza politica dura e pura, con forti richiami simbolici ad un truce passato, che in Europa purtroppo non pare ancora sepolto per sempre.
Dalla fine degli anni ‘90 questi movimenti erano rimasti sotto traccia sulla scena politica dei vari Paesi europei, se non per qualche ritorno di fiamma con scontri e violenze con l’estrema sinistra o in occasione di nostalgici raduni che ridestavano l’attenzione dei media e dei politologi. Quelli erano stati gli anni dominati dai Black bloc, i militanti della sinistra transnazionale più radicale che si erano violentemente riappropriati di piazze e strade. Il fuoco della destra radicale covava intanto sotto la cenere. Ma negli ultimi tempi le cose sono cambiate. L’impatto della globalizzazione sulla società e l’economia di molti Stati, con i vantaggi di un mercato sempre più aperto, ha anche seminato incertezze e paure che i vecchi partiti non hanno saputo governare. Si pensava che multiculturalismo e multietnicità fossero valori ormai acquisiti in un’Europa che, invece, non era affatto attrezzata a reggere l’urto delle nuove grandi ondate migratorie. Lo ha intuito subito in Francia Marine Le Pen che, messo da parte il vecchio arsenale ideologico del padre, Jean-Marie, ha ridato un tale slancio al Fronte Nazionale da metterla in corsa per la presidenza del Paese. Lei si è rivolta ai perdenti della globalizzazione, agli operai dei quartieri industriali rimasti disoccupati, a quelli che il lavoro temono di perderlo per i troppi immigrati, ai contadini della provincia ormai fuori mercato, al ceto medio spaventato da un mondo che si è messo a correre troppo in fretta. Ha puntato il dito contro l’Ue, gli immigrati e contro le élite favorite dalla mondializzazione dell’economia, sostenendo che la battaglia oggi non è tra destra e sinistra, ma tra chi sta in basso e chi sta in alto. Isolazionismo e protezionismo, eurofobia e xenofobia, patria e identità, sono gli ingredienti di un programma politico che, alimentando le paure della popolazione, si è guadagnato consensi crescenti. In versione terzo millennio è lo stesso imprinting ideologico dei movimenti oltranzisti di destra che grazie a Marine Le Pen hanno  ritrovato spazio e visibilità. La stessa operazione di metamorfosi politica, in Italia la sta tentando il leader della Lega Matteo Salvini che ha dismesso la vecchia connotazione federalista per imboccare la strada di nazionalpopulismo molto più pagante elettoralmente. La svolta di Salvini ha attirato sotto le ali di questo nuovo partito nazional popolare - che dice no a Bruxelles, all’euro, agli immigrati, alla globalizzazione - alcuni di quei movimenti che sino a pochi anni fa in Italia erano rimasti del tutto emarginati per la loro chiara ispirazione fascista. Insomma, su tutta l’Europa, e lo hanno dimostrato le ultime elezioni, soffia forte il vento di una destra che mescola vecchio e nuovo, il cui collante è un isolazionismo sempre più esasperato e la difesa di un’identità che pare aver tagliato ogni legame con la modernità.

ldagostino@caffe.ch
05.04.2015


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