L'unità del Ministero che non ha mai promosso un'accusa
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Quei crimini di guerra
"congelati" da Berna
FEDERICO FRANCHINI


È in pompa magna che, nel 2012, il Ministero pubblico della Confederazione (Mpc) ha lanciato il Ccv, il Centro di competenze in Diritto penale internazionale. Una nuova unità, destinata a lottare contro i crimini internazionali. "La Svizzera vuole assicurare un perseguimento penale efficace, trasparente e senza sosta del genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra" si legge sul sito della Procura federale. Nel 2017, però, dell’entusiasmo che ha accompagnato la creazione del Ccv si sono perse le tracce. L’unità è stata indebolita e nessuna accusa è stata finora promossa davanti a un tribunale.
Eppure, gli affari non sono mancati. Ma la loro gestione ha generato dubbi sulla reale volontà di Berna nel perseguire questo tipo di reati. Crimini difficili d’appurare, certo. Ma anche considerati "sensibili". È un sostituto procuratore generale che lo scrive in un documento che il Caffé si è procurato: "Le inchieste nei settori di competenza del Ccv sono degli affari sensibili che quasi sempre suscitano un grande interesse e l’attenzione da parte della stampa, rispettivamente della politica, così come è vero che gli interessi del perseguimento penale non coincidono necessariamente con la politica estera della Svizzera". Insomma, si tratta di affari che scottano. E che hanno una forte dimensione politica. Anche se ciò, in teoria, non è motivo per influire sull’operato delle autorità di perseguimento penale le quali per legge devono sottostare "soltanto al diritto". Ma nella pratica non sembra essere così.
Nell’ottobre 2011, l’Ong Trial International scopre che l’ex capo delle forze armate algerine, Khaled Nezzar, è a Ginevra. L’associazione denuncia l’uomo per crimini di guerra commessi durante la guerra civile algerina degli anni ‘90. La procuratrice federale Laurence Boillat, alla testa del Ccv, apre una procedura. Ciò crea disagio in seno alla diplomazia elvetica. Di recente, il giornale le Temps ha pubblicato un documento in cui si legge come l’ambasciatrice ad Algeri abbia informato i procuratori del fatto che l’inchiesta è una sorta di bomba a ritardamento per le relazioni bilaterali tra i due paesi. La diplomatica scrive "che un dossier economico non ha potuto avanzare a causa di questo affare" e sottolinea che "vi è un’attesa molto chiara da parte del potere algerino a che questo affare sia chiuso". Una volontà che sarà esaudita nel gennaio di quest’anno quando il Mpc decreta, a sorpresa, un non luogo a procedere.
Nota per il suo franco parlare, la procuratrice Boillat con le sue inchieste dà fastidio. Un altro incarto scottante riguarda Rifaat al-Assad, zio dell’attuale presidente siriano. L’uomo è sospettato d’aver diretto dei massacri contro dei civili negli anni ‘80. Nel dicembre 2013, Berna apre in gran segreto un incarto per crimini di guerra. Laurence Boillat chiede dei rinforzi per condurre un’inchiesta oggettivamente complessa. Una richiesta che non va giù al procuratore generale Michael Lauber che la considera una"mancanza di visione strategica". Nel giugno del 2015 Laurence Boillat sarà vittima della purga che ha portato all’allontanamento forzato di cinque procuratori federali. Il suo ruolo in seno al Ccv non sarà rimpiazzato.
Lo scorso mese di settembre, l’Ong Trial International, all’origine della denuncia contro el-Assad, ha reso noto l’esistenza di questa procedura e denunciato la sua estrema lentezza. Tre giorni dopo, tre consiglieri nazionali di tre partiti diversi hanno depositato ognuno un’interpellanza parlamentare. Tutti chiedono spiegazioni su questa inerzia e sulla reale indipendenza della procura federale. Contatta da il Caffè quest’ultima afferma che le procedure di diritto penale internazionale sono condotte conformemente all’indipendenza del Mpc. "Ciò non impedisce - aggiunge un portavoce della procura - di contattare altre autorità che potrebbero rivelarsi utili all’’istruzione".
03.12.2017


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