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Ex procuratori e avvocati sul futuro della magistratura
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"Cambiamo le regole!
Così la giustizia non va"
MAURO SPIGNESI


C’è il problema dei criteri di giudizio, quello della separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante, dei pesanti carichi di lavoro, dell’ingerenza della politica. Dietro i preavvisi negativi da parte del Consiglio della magistratura nei confronti di cinque magistrati, ci sono una serie di nodi mai sciolti che spingono a  una riorganizzazione complessiva del sistema-giustizia. È su questi aspetti importanti per la vita democratica e dello stato di diritto che il Caffè ha chiesto (separatamente) un parere a due ex procuratori con una grande esperienza come Paolo Bernasconi e Venerio Quadri, al decano degli avvocati, Franco Gianoni, e al presidente della Commissione disciplina dell’Ordine degli avvocati, Brenno Canevascini.
Quanto conta e quanto è importante un preavviso negativo come quello nei confronti di cinque procuratori pubblici da parte del Consiglio della magistratura?
CANEVASCINI: "Il fatto che siano usciti i nomi dei magistrati pone un problema serio. Perché anche se dovessero essere confermati nella carica si porterebbero dietro questa ombra. La prima riflessione che faccio è dunque questa: c’è stato un errore di partenza. Detto ciò va spiegato che il Ministero pubblico ticinese ha un alto carico di lavoro, si vive sotto pressione e sotto i riflettori del tribunale e dell’opinione pubblica e l’organico è ridotto all’osso".
Questo inevitabilmente ha anche riflessi sulla qualità del lavoro?
CANEVASCINI: "Sicuro. Ma non è che aumentando semplicemente il numero di procuratori si risolverà il problema. Perché con un Ministero pubblico allargato si chiuderebbero più inchieste ma alla fine si creerebbe un imbuto nelle aule dei Tribunali, dove il personale resterebbe quello che è. Servirebbe dunque rivedere complessivamente l’intero sistema giustizia in Ticino. Ma mi rendo conto che siamo davanti a un problema complesso e delicato".
Tornando ai preavvisi, quanto peseranno in futuro?
BERNASCONI: "Non sono un bel segnale. Ma prima ancora di questo problema, che pure è molto serio, io inizierei dalla separazione dalla politica. Perché poi tutto comincia da lì. Guardate cosa sta succedendo con il giudice vallesano Yves Donzallaz, bocciato dal partito che lo ha fatto nominare nel 2008, l’Udc, perché non più in linea con i loro valori. Semplicemente assurdo. Questo è solo un esempio di una sistematica pressione del potere politico su quello giudiziario, fatto dai bulli della destra del parlamento".
GIANONI: "Mi rendo conto che è difficile trovare un sistema di ‘monitoraggio"‘ del Ministero pubblico che vada bene a tutti, che da una parte garantisca indipendenza, libertà d’azione e di giudizio al magistrato e nello stesso tempo offra la possibilità di soppesare il suo lavoro che ha un risvolto pubblico, non dimentichiamolo. Ricordo che, nell’ambito giudiziario, c’è una scala gerarchica, perché procuratore e avvocato difensore e con lui l’imputato stanno sullo stesso piano, anche simbolicamente in aula, mentre il presidente del Tribunale sta seduto più in alto".
A questo proposito negli ultimi anni spesso i giudici, alla lettura della sentenza in aula, si lasciano andare a giudizi anche pesanti sul lavoro di polizia e ministero pubblico. Non c’è il rischio di delegittimazione?
BERNASCONI: “Non tutti i giudici lo fanno. Però è vero, una sentenza è una sentenza non un giudizio sull’attività del Ministero pubblico o della polizia nell’inchiesta portata in aula. È un po’ come la strumentalizzazione della cattedra, io parlo e gli altri mi devono ascoltare mentre distribuisco giudizi”.
CANEVASCINI: “Negli ultimi anni abbiamo registrato questa tendenza a criticare il lavoro di polizia e magistratura. Ma ho l’impressione che sia anche cresciuto il numero di atti d’accusa rispediti dai giudici in Procura perché giudicati incompleti. Non so se questo dipenda dal fatto che i Tribunali siano diventati più severi o se dipenda dalla qualità del lavoro dei magistrati”.
Questo porta a chiedersi se non sia diventato urgente affrontare il nodo della separazione tra magistratura inquirente e giudicante. È così?
BERNASCONI: “La separazione è un principio giusto. Ma bisogna partire da lontano. Chi diventa magistrato? Bisogna stabilire criteri precisi. Ci sono master, come quello della Supsi in Diritto economico e business crime, oppure ci sono altre scuole, come c’è Accademia svizzera della magistratura. Poi ci sono le lingue, che bisogna conoscere. Ecco, questi potrebbero essere i primi criteri di scelta. Lo dico da ex magistrato che è entrato in questo mondo quando aveva 26 anni”.
Non pensa che la divisione debba passare, anche, per una questione di immagine, attraverso una soluzione logistica?
BERNASCONI: “Un po’ è stato fatto, spostando certi uffici a Bellinzona e Locarno. Ma è difficile, abbiamo 800 avvocati e centinaia di magistrati, cancellieri, segretari giudiziari. Quello che manca, lo ribadisco, è una scuola. Nessuno ti insegna come fare il magistrato o perlomeno ti garantisce gli strumenti”.
E dunque cosa serve?
BERNASCONI: “Oggi si entra in magistratura per grazia ricevuta di un partito che ti indica e improvvisamente vieni proiettato in un mondo dove ti capita di dover interrogare un banchiere o un terrorista. La magistratura, che era e rimane una professione attrattiva, un lavoro interessante e molto ben pagato dallo Stato, ha bisogno di criteri di selezione e - ribadisco - di una scuola”.
QUADRI: “Divisione delle carriere? La prassi attuale va avanti da tanti anni. Andiamo per ordine. Le nomine oggi sono del Gran consiglio su indicazione della commissione. Se vogliamo evitare che non accadano problemi anche in futuro dobbiamo sganciare le nomine dalla politica. Trovare un sistema meno problematico e che offra una garanzia al magistrato che deve lavorare senza pressioni”.
Meno nomine di partito?
QUADRI: “Un tempo i partiti facevano una selezione dei candidati, andavano a vedere chi aveva la stoffa ma anche la preparazione, su di loro c’era un giudizio complessivo e poi si arrivava nell’aula del parlamento. Era un sistema più stabile. Oggi c’è più trasversalità”.
Tornando alla divisione delle carriere. Perché non si insiste?
CANEVASCINI: “Intanto oggi un procuratore ha anche una funzione giudicante, perché se chiude un’inchiesta con un atto d’accusa che non viene impugnato - come è chiaramente possibile - la procedura si chiude lì. Poi io credo che si possano fare tutte le separazioni che si vogliono, dividere gli uffici del Ministero pubblico in una città e quelli del Tribunale in un’altra, ma il problema resta”.
Perché resta?
CANEVASCINI: “Perché le persone si possono incontrare ovunque, viviamo in un fazzoletto di terra. Questo mi porta a dire che serve grande correttezza, rettitudine e senso di responsabilità di tutti. Ma se avessi anche il sospetto che un giudizio in qualche modo possa essere influenzato avrei già cambiato mestiere”.
Dunque la separazione non è una priorità?
QUADRI: “Non starei a girarci troppo intorno, capisco i problemi ma dobbiamo vedere la realtà. In Ticino siamo pochi. Se una persona entra in magistratura da procuratore e poi vuole andare a lavorare come giudice in un Tribunale non è giusto condizionarlo. Il punto nodale è che fare il magistrato non è facile. Da qualche anno si assiste a difficoltà ad andare a processo e ci sono processi finanziari particolarmente complicati. Quando c’ero io il ministero pubblico era una squadra”.
E oggi?
BERNASCONI: “Ai miei tempi si facevano 300 processi all’anno. Voleva dire che almeno per 150 giorni eri davanti ai riflettori di un Tribunale. Oggi, questa è la mia impressione, si tende a chiudere le inchieste prima, senza arrivare a processo”.
Ma quello attuale è un sistema di “monitoraggio” giusto oppure andrebbe corretto?
Quadri: “Non è normale che si mettano sulla graticola cinque magistrati. È arrivato il momento che qualcuno si faccia carico di una legge che offra maggiori garanzie sulla qualità del candidato. Dico questo consapevole che il livello della nostra magistratura è ottimo come quello di giuristi e avvocati, non buttiamo tutto alle ortiche. Queste sono situazioni che si superano con il buon senso”.
Cosa bisognerebbe fare adesso?
QUADRI: “Si troverà una soluzione. Però resta il problema che questi cinque magistrati con un preavviso sono stati giudicati non idonei. Ora, cosa faranno? Se vanno fuori dalla magistratura si portano dietro questo giudizio. Serviva più prudenza”.
CANEVASCINI: ”È anche vero che un professionista nella carriera di magistrato può incontrare problemi ma poi, una volta fuori, diventare un ottimo avvocato”.
Secondo molti all’origine del problema c’è il sistema di nomine.
CANEVASCINI: “Oggi il primo filtro tecnico è la Commissione di esperti che esprime una graduatoria sull’idoneità. Poi la palla passa nel campo politico. E qui cominciano i guai. Perché io non credo che i partiti a livello di organi direttivi, dove magari ci sono anche avvocati e giuristi, siano in grado di scegliere la persona giusta. Nelle scelte entrano in ballo tante variabili e bisogna conoscere bene la realtà, non bastano gli equilibri politici o la distribuzione equa dei posti secondo il numero di schieramenti”.
GIANONI: “Il nostro sistema giudiziario è fatto di pesi e contrappesi. Io, ad esempio, non sono d’accordo sull’elezione dei magistrati da parte del popolo, perché altrimenti potrebbero dire a un giudice “e a te chi ti ha fatto re?”. Mi spiego? Ogni sistema ha punti positivi e negativi e anche dopo 67 anni di lavoro da avvocato, per otto ore al giorno, non ho una soluzione in tasca. I dubbi mi restano”.
QUADRI: “Io credo che la nomina dei magistrati debba avvenire attraverso un concorso, senza pregiudizi. Non dico che questo sia il sistema migliore ma almeno consente a chi è preparato e vuole entrare in magistratura di non doversi obbligatoriamente legare a un partito”.
In questi anni ai cinque magistrati non è giunta alcuna contestazione formale tra quelle previste nella norma. Non è strano?
QUADRI: “Il magistrato lavora sempre sotto pressione, facendo attenzione ai dettagli, è un’esperienza avvincente ma molto stancante. Dopo un certo periodo io credo - e lo dico anche per esperienza - che si debba lasciare, voltare pagina. È impegnativo”.
GIANONI: “Capisco i carichi di lavoro. Quello che non va bene secondo me è l’esasperante lentezza di alcune pratiche. Scrivi una lettera a una Pretura e ti rispondono dopo mesi. Su questo bisognerebbe intervenire, perché poi il cittadino dall’esterno è su questo particolare che esprime il suo giudizio sul funzionamento della giustizia”.
Secondo lei va bene l’attuale sistema di valutazione dei magistrati?
GIANONI: “Voglio ricordare che nel Consiglio della magistratura non ci sono solo avvocati. Si è scelto di aprire questo organismo di controllo anche a componenti laici. Se teoricamente questo è comprensibile, resta il fatto che spesso in questa sede si dibattono problemi tecnici e dunque bisogna conoscere l’ordinamento, le leggi, la loro applicazione. Il mio non è un rilievo ma una semplice constatazione”.
mspignesi@caffe.ch
19.09.2020


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