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Le riflessioni di un infermiere di nuovo al fronte Covid
Immagini articolo
"Viviamo un'altalena
di emozioni intense"
PATRIZIA GUENZI


Tutto è pronto. Il reparto è nuovamente approntato per affrontare quella che a tutti gli effetti si sta rivelando la seconda ondata del maledetto virus. Si ricomincia. Ma questa volta sarà più dura. Più difficile riuscire a gestire fatica e stress mentale. Lo sa bene Luca Lorenzetti, 38 anni, da dodici all’ospedale La Carità di Locarno (Centro Covid del cantone con la Clinica Luganese Moncucco) dove è infermiere capo reparto di medicina. "Si ricomincia, sì. Quella di questa primavera è sicuramente stata un’esperienza lavorativa arricchente, ma è ovvio che nessuno di noi aveva voglia di fare il bis", dice. E riprende: "A livello pratico siamo pronti, forti anche dell’esperienza avuta durante la prima ondata, l’organizzazione e la cura dei pazienti Covid non ci spaventa più di tanto. A spaventarci invece è il carico psicologico. Ci chiediamo quanto durerà questa seconda emergenza?".
Quanto durerà nessuno lo sa. Come nessuno sa se il virus picchierà con la stessa durezza e perfidia. I numeri delle ultime ore non lasciano tanto spazio all’ottimismo. "Inoltre - riprende Lorenzetti - a spaventare è la sua velocità. L’ha dimostrato questa primavera, da un giorno all’altro ha riempito i reparti. Di colpo ci siamo trovati nell’emergenza, obbligati a rivedere turni e orari per riuscire a far fronte all’enorme mole di lavoro".  
Un lavoro per certi versi nuovo, diverso. Che ha inevitabilmente messo in luce fragilità e debolezze di chi si è trovato di colpo catapultato al fronte. "Nessuno di noi aveva fatto un’esperienza simile. In questo senso eravamo tutti allo stesso livello e tutti assieme a dover affrontare un nemico sconosciuto che ci è arrivato addosso come un’onda, che ci ha travolti e sconvolti. Non tanto fisicamente, come ho detto, quanto psicologicamente. Dobbiamo ancora ricaricare le energie mentali, a cui durante la primavera abbiamo attinto a piene mani. L’adrenalina, ricordo, ci ha aiutati e sostenuti, ci ha stimolati, spronati, permesso di dare sempre di più. Adesso, di fronte ad una nuova emergenza e consapevoli di ciò che ci aspetta, questa spinta non è più così forte".
In sostanza, l’adrenalina che ha prevalso durante la scorsa primavera permettendo a tutti gli operatori sanitari di dare il meglio di sé, di prodigarsi, di fare, anche, l’impossibile, ha lasciato il posto alla tristezza, allo scoramento di ritrovarsi nuovamente punto e daccapo. Umanamente comprensibile. "Siamo più preparati, in un certo senso ci sentiamo più forti nell’affrontare dal punto di vista sanitario questa nuova ondata, sappiamo cosa fare, come proteggerci e proteggere… speriamo solo di non farci sopraffare dallo stress". Stress che ha messo ko più di un operatore sanitario. Ovunque, nel mondo, la pressione subita da chi si è trovato al fronte a combattere il feroce virus ha lasciato il segno. C’è chi non ha retto alle tensioni, alle angosce, all’ansia dei primi mesi dell’anno. Chi ha dovuto dare forfait. Addirittura c’è chi ha messo in discussione l’opportunità di continuare a fare questa professione. "Paura e insicurezza sono nemici subdoli. Ognuno di noi li affronta in modo differente. C’è chi sembra psicologicamente più attrezzato ma in realtà crolla per primo. Altri invece dimostrano una forza e un’energia inaspettate e riescono pure a supportare i colleghi". Per tutti c’è anche la presenza di uno psicologo che già in primavera s’era messo a disposizione per assistere il personale.
Sappiamo che l’emergenza ormai è iniziata ma non sappiamo quanto durerà. Mi capita spesso di parlare con i colleghi, siamo disorientati, ci chiediamo come sarà la situazione a Natale, se potremo tirare il fiato, se il peggio sarà alle nostre spalle. Insomma, davanti a noi un orizzonte definito non c’è”.
C’è, invece, la certezza di dover nuovamente affrontare tanta sofferenza, dolore, disperazione. Quella dei pazienti ma anche dei familiari, che non possono stare accanto al loro caro quanto vorrebbero, se non solo per qualche brevissima visita. Rispetto alla prima ondata, infatti, si è pensato di introdurre questo cambiamento che sicuramente sarà di conforto; così come le videochiamate che durante la primavera hanno arginato la sensazione di esclusione. “Ricordo quelle videochiamate... erano momenti commoventi. Era impossibile restare impassibili davanti a quelle parole affettuose che familiari e pazienti si scambiavano, a quei baci che rimbalzavano da uno schermo all’altro. Venivano anche a noi le lacrime agli occhi”. Momenti belli, intensi, che il personale si impegnava a organizzare appena c’era la possibilità. Un breve momento di calma in reparto e entravamo nelle camere con l’iPad. “Ai pazienti si illuminava lo sguardo, per loro era un grande regalo e non finivano di ringraziarci”.
Torniamo al presente. Un orizzonte definito, dicevamo, non c’è. C’è invece, riprendiamo l’elenco con l’aiuto di Luca, “il senso di impotenza di fronte a un paziente che si aggrava e che deve essere trasferito in cure intensive. C’è la gestione del lutto, contattare e informare le famiglie, assistere al loro dolore, allo strazio di non aver potuto salutare il loro caro”. Pensiamo a quanto sono fondamentali nel percorso di cura i familiari. Una risorsa. In questo caso non ci sono. Sono lontani e soli. Il paziente è solo. “Una solitudine che a ben guardare è anche nostra. Certo, ci sono i colleghi, c’è l’équipe con cui condividere le giornate... ma il contesto di questa realtà, quella del Covid, è molto diverso e alla fine siamo tutti soli dentro questo dramma. Tutti con il nostro carico di sofferenza, angoscia, dispiacere e senso di impotenza”.
E proprio di Covid, della fatica fisica e psichica di affrontare un’emergenza inaspettata, dei rischi per il personale sanitario si è parlato in settimana e ieri, sabato, durante la manifestazione conclusiva a Berna dell’Associazione degli infermieri. Un appuntamento che ha portato in piazza rivendicazioni da tanto tempo ripetute: più autonomia, più personale preparato e migliori condizioni di lavoro (vedi a sinistra). La pandemia ha infatti messo in risalto alcune problematiche esistenti da tempo, ben prima di questa crisi sanitaria. “Avere più autonomia e un maggior riconoscimento sarebbe l’ideale. Confido che prima o poi ci si riuscirà”.
Adesso, però, si ricomincia. Turni massacranti, giornate che non finiscono mai, vai e vieni di pazienti, alcuni anche molto gravi... “C’è stato sì tanto dolore ma ricordo anche alcuni bei momenti di vera gioia. Capitavano soprattutto quando un paziente si era ristabilito e poteva quindi lasciare l’ospedale. Se in tempi normali è scontato che un paziente che entra nel nostro reparto poi dopo un po’ se ne torna a casa, durante il Covid così non è. Perciò ogni dimissione era una festa, un evento. ‘Ce l’abbiamo fatta!’, dicevamo con gli occhi lucidi. I pazienti erano felici, i familiari ci ringraziavano, lasciavano dei regali. È questo il valore aggiunto del nostro lavoro, che ci sostiene nelle emergenze”.
pguenzi@caffe.ch
31.10.2020


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