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Philippe Luchsinger, presidente dei medici di famiglia
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"I pazienti sono più fragili
devono essere ascoltati"
PATRIZIA GUENZI


I telefoni squillano in continuazione. Sono pazienti preoccupati che chiamano per parlare con il medico, per chiedergli cosa fare. C’è chi telefona perché ha 37 di temperatura, un po’ di tosse, stanchezza, male alle ossa... Chi è preoccupato perché i sintomi continuano e vuole la conferma che la cura sia quella giusta; altri per chiedere cosa fare con il figlio che ha mal di gola. "Molti hanno paura, sono spaventati e si rivolgono a noi medici di famiglia, sovente i primi interlocutori della salute per una parte importante della popolazione. A noi il compito di  ascoltarli, aiutarli e consigliarli. In queste settimane mi capita di curare più al telefono che di persona". Il dottor Philippe Luchsinger, specialista in medicina interna generale ad Affoltern am Albis da quasi trent’anni, è anche  presidente dell’Associazione svizzera medici di famiglia e dell’infanzia (Mfe), che conta 4.500 associati in tutto il Paese.
Dottor Luchsinger, il vostro ruolo in questo particolare e travagliato momento, si sta rivelando più che mai fondamentale. Cosa significa?
"Tanto tempo e energia da mettere in conto per assistere e supportare i pazienti che si rivolgono a noi. Significa avere un’organizzazione tale che ci permette di evitare l’arrivo in studio di pazienti a rischio Covid. Significa...".
Aspetti dottore, andiamo con ordine. Cosa chiedono innanzitutto i pazienti?
"Vogliono essere rassicurati,  espongono i loro sintomi, fanno domande. Parlano, raccontano, si sfogano... Sono più informati ma noto una fragilità psichica più marcata,  c’è chi in questa seconda ondata fa molta più fatica".
Un bell’impegno per voi che avete anche i pazienti in sala d’attesa che aspettano per la visita.
"Ormai le ore in studio abbiamo smesso da un po’ di contarle. Sia io che i miei collaboratori. E così è per la maggior parte dei miei colleghi medici di famiglia".
Siete diventati una sorta di avamposto in questa guerra al maledetto virus.
"Direi proprio di sì. Già in tempi normali i pazienti si rivolgono prima  a noi, com’è giusto che sia. Ma in questo momento più che mai. Siamo un punto di riferimento, conosciamo i nostri pazienti, loro si fidano e si affidano a noi. Questo virus ha messo in evidenza le fragilità emotive di tutti noi".
Virus che ha ripreso la sua folle corsa. Forse un po’ inaspettata ma non così tanto. Voi medici l’avevate preannunciato in fondo. Cosa è cambiato rispetto a questa primavera?
"Qualcosa di positivo per fortuna. Siamo più preparati, ci sentiamo più forti, più organizzati, ora sappiamo come gestire i pazienti Covid e quelli no".
Il che però significa tanto impegno, attenzione, estrema professionalità.
"Lo dicevo prima. La drammatica esperienza di marzo-aprile ci ha permesso ora di non farci cogliere di sorpresa, di pianificare meglio il lavoro nello studio, di reggere all’onda".
Pazienti non Covid, diceva, che in molti durante la primavera avevano però disertato i vostri studi per il timore di contagiarsi. Cosa consigliare a loro?
"Di non farlo più! Il pericolo, semmai, è quello di trascurare le altre patologie, così come purtroppo è accaduto. Il che potrebbe essere ben più devastante dell’epidemia stessa. La cura dei pazienti non Covid è importante quanto quella di chi ha contratto il virus".
Questa seconda ondata ha messo in evidenza un aspetto per così dire nuovo. Ma altrettanto preoccupante. La tenuta psichica della popolazione. Come la affrontate?
“È vero, e questo è un fatto che inquieta. Perché aggrava una situazione di per sé già complicata”.
Ma di cosa si tratta secondo lei, stanchezza psicologica, affaticamento mentale, paura...?
“Sì, la potremmo definire stanchezza psicologica, un certo esaurimento, mancanza di energia, di stimoli. Rispetto alla prima fase abbiano notato un peggioramento sotto questo punto di vista”.
L’Organizzazione mondiale della sanità l’ha definita “pandemic fatigue”, una naturale reazione a una pandemia che dura da molto e di cui non vediamo la fine.
“Non possiamo però mollare ora. Dobbiamo sopportare, reggere, sperando nell’arrivo di un vaccino”.
Tornando alla “pandemic fatigue”, tocca più i giovani, gli anziani, le donne, gli uomini?
“È generalizzata, non potrei fare l’identikit del paziente più coinvolto da questa fragilità”.
Cosa, secondo lei, pesa di più?
“Sicuramente non vedere una fine, sapere che ci aspettano tanti mesi, che sarà più lunga rispetto alla prima ondata. Le persone sono stanche, stufe, anche sfiduciate”.
E voi come le aiutate?
“Il nostro compito, quello di noi medici di famiglia è proprio anche quello di supportare i nostri pazienti dal punto di vista psicologico, oltre che fisico. Di capire quando la soglia di sopportazione è al limite”.  
Non vedere una fine di questo travagliato momento è sicuramente destabilizzane. L’ha sottolineato anche il ministro della salute, Alain Berset, ci aspetta una maratona...
“Giusto. Teniamo presente queste parole. Sarà lunga e dobbiamo resistere”.
Per uno studio medico significa dunque mettere a disposizione tanto tempo e tante energie. Come fate?
“Il nostro lavoro è aumentato molto e di conseguenza anche quello dei nostri collaboratori dello studio. Siamo tutti sotto pressione, la responsabilità è notevole”.
C’è chi di voi è già al limite?
Alcuni colleghi sì. Hanno magari uno studio piccolo, che non consente loro una gestione sicura dei pazienti, hanno poco personale”.
Per altri invece il problema è l’opposto: i pazienti sono nuovamente spariti per la paura del contagio...
“Già, e quindi devono affrontare anche dei grossi problemi economici”.  
Una soluzione?
“Auspicherei una strategia più uniforme per aiutare i cantoni, gli ospedali e noi medici di famiglia”.
Insomma, questo virus destabilizza tutti. Non solo chi ha la sfortuna di “incontrarlo”, anche chi sta dall’altra parte, al fronte, e che deve assistere, consigliare, curare, incoraggiare…
“Le assicuro che portare avanti in questo periodo uno studio medico è diventato molto complicato”.
Molti studi medici fanno anche i test. Cosa significa?
“Significa prendersi almeno una mezz’ora di tempo per spiegare al telefono nei minimi dettagli al paziente positivo tutto ciò che dovrà fare da quel momento via”.
E...
“Andare a casa sua, soprattutto se vive solo o è particolarmente a rischio. Misurare i parametri, controllare come vive la quarantena. E ancora una volta l’aspetto su cui ci concentriamo è la sua condizione psicologica. Che in questa seconda ondata, ripeto, è molto preoccupante”.
Cosa significa?
“Avere molta pazienza, fermarsi a parlare, a tranquillizzare, ad ascoltare, soprattutto se vivono soli e quindi sono completamente fuori da tutto, non hanno contatti”.
L’isolamento pesa, trovarsi improvvisamente impossibilitati ad uscire, a vedere qualcuno, a scambiare quattro chiacchiere. Cosa le dicono i suoi pazienti?
“Sì, è soprattutto il fatto di essere come dire?, tagliati fuori dalla società, ad essere un problema”.  
Anche per chi non è malato ma è costretto, dati i continui richiami, a muoversi il meno possibile.
“Molti miei pazienti sono pensionati e mi raccontano come vivono male il fatto di non più poter uscire come e quando vogliono, di poter incontrare amici e conoscenti, scambiare due chiacchiere, farsi una passeggiata, entrare in un bar per un caffè. Sì, è un distanziamento che vivono molto male”.
Figuriamoci un secondo lockdown! Cosa pensa, saremmo in grado di sopportarlo?
“Voglio continuare a pensare che se tutti ci comportiamo con responsabilità e senso civico non ci sarà bisogno di un altro confinamento. E io sono fiducioso”.
pguenzi@caffe.ch
14.11.2020


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