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Intervista incrociata su un fenomeno sempre più presente
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"Leggi e denunce anonime
contro i casi di molestie"
CLEMENTE MAZZETTA, MAURO SPIGNESI E ANDREA STERN


Non basta una legge. Contro i soprusi nel mondo del lavoro, in particolare contro le molestie sessuali, servono norme più chiare e la possibilità di presentare anche denunce anonime. Dopo quanto accaduto alla Ssr, e dopo che si è appreso che anche in Ticino sono stati segnalati casi alla Rsi, questo odioso, profondo fenomeno è riemerso. Il Caffè su questo genere di violenza che si presenta soprattutto nel mondo del lavoro ha sentito, separatamente, Giangiorgio Gargantini, segretario regionale di Unia, il sindacato che da tempo ha aperto una linea per denunciare casi di molestie e mobbing; Marie Jeanne Bosia, imprenditrice, fondatrice di Soroptimist a Lugano, la prima sezione ticinese di questa organizzazione mondiale che punta a migliorare la vita delle donne; e Glauco Martinetti, presidente della Camera di commercio ticinese.
È un fenomeno generale o è circoscritto in alcuni ambienti?
BOSIA: "È un problema piuttosto diffuso. In questi ultimi tempi emergono più casi semplicemente perché se ne parla di più. Ricordo che anni fa avevo organizzato una serata sulle molestie e sulla violenza sulle donne a Sementina, con parecchi ospiti illustri. Il mio obiettivo era di fare qualcosa a livello europeo o almeno di aprire un dibattito. Era stato molto interessante ma i media non se ne erano occupati e la cosa era morta lì. È quindi positivo che finalmente il tema sia diventato d’attualità".
GARGANTINI: "Questo è un fenomeno diffuso a vari livelli, un fenomeno trasversale che non fa differenza d’età o di categorie. Nessuno è immune, nessuno può considerarsi al riparo, per questo dico che serve una presa di coscienza collettiva. Altrimenti è inutile".
Voi di Unia avete ricevuto denunce o segnalazioni?
"Ricordo, solo per dare un’idea, che l’anno scorso come Unia avevamo fatto un sondaggio sull’apprendistato, dunque sul primo contatto, il primo scalino dei giovani verso il mondo del lavoro, ed era emerso che un apprendista su tre era stato vittima di molestie".
Nei posti di lavoro, dunque, il fenomeno è diffuso?
MARTINETTI: "Non ho dati statistici significativi. Ma mi pare di poter dire che più l’azienda è grande e più è facile che possano accadere fenomeni quali il mobbing, molestie sessuali, forse solo per una questione di numeri. Nelle piccole imprese, nelle aziende familiari, il fenomeno dovrebbe essere invece più circoscritto. Anche perché, purtroppo, le piccole aziende offrono ancora pochi spazi lavorativi alle donne. Un problema non da poco per il Ticino. Questo, senza sminuire una situazione che, va detto, tocca tutti gli ambienti lavorativi dove anche un solo caso è un caso di troppo".
Molti Cantoni e Città hanno emanato direttive e raccomandazioni per prevenire le molestie sui posti di lavoro. Servono norme più chiare o bastano quelle attuali?
MARTINETTI: “Le norme, i regolamenti vanno bene, ma non possiamo affidarci alle direttive interne per sentirci tranquilli. Dobbiamo cambiare mentalità, se vogliamo costruire una società diversa, meno conflittuale fra uomini e donne. Occorre pertanto cominciare con il garantire nelle professioni pari opportunità, dove le donne possano conciliare più facilmente lavoro e famiglia. È un salto culturale che deve cominciare dalla scuola, che deve crescere nelle famiglie, che deve continuare nella società e nelle aziende”.
BOSIA: “A mio modo di vedere oggi la donna è sufficientemente tutelata sul posto di lavoro. Gli strumenti ci sono. Il problema però è che ci sono uomini che continuano a pensare di poterla fare franca. E ci sono donne che non osano denunciare. Per questo più che cambiare le regole è importante puntare sull’educazione. Gli uomini devono imparare ad avere profondo rispetto, le donne devono sapersi difendere e far valere i propri diritti senza paura”.
GARGANTINI: “Cosa servirebbe? Bisogna operare su due livelli. Da una parte le vittime e i testimoni vanno protetti e sostenuti da eventuali ritorsioni. Ma prima di tutto serve una sensibilizzazione che deve toccare tutti per capire di cosa si sta parlando, per far capire come si sviluppa e si manifesta questo fenomeno. Perché poi, spesso, le persone si rendono conto di essere state vittime di molestie a posteriori, quando ripensano a un gesto, a una frase, a un atteggiamento, a un comportamento risultato inappropriato e odioso”.
La legge svizzera obbliga i datori di lavoro ad adottare misure per prevenire le molestie sessuali, senza però specificare quali. Non è troppo lacunosa, cosa bisognerebbe fare?
MARTINETTI: “Se il problema si può risolvere con una norma in più che si faccia subito. Ma se abbiamo bisogno di direttive per capire il valore del rispetto della persona, siamo davvero una povera società. Però, pur non sapendo quanto sia diffuso questo fenomeno, se per analogia prendo in considerazione la violenza domestica ancora elevata, posso pensare che le molestie sul lavoro siano un fenomeno sotterraneo decisamente più pesante di quel che si crede. Per questo occorre parlarne, denunciare ogni episodio che avviene in ogni realtà professionale. Senza paura”.
BOSIA: “Ribadisco che a mio parere gli strumenti ci sono già. Bisogna piuttosto fare un discorso di educazione, che non riguardi solo l’ambiente professionale ma l’intera società. Anche perché alla fine il posto dove più spesso le donne subiscono violenze non è in ufficio ma tra le mura di casa”.
GARGANTINI: “Bisogna offrire a chi finisce vittima di molestie due opzioni. La prima è quella di poterne parlare all’interno della struttura lavorativa. Ma chi è stato molestato deve sentirsi libero anche di denunciare all’esterno”.
Uno studio commissionato dal governo ha rilevato che in Svizzera il 28% delle donne è confrontato con molestie sessuali durante la vita professionale. Ovunque: aziende, università e persino in parlamento. Il fenomeno è diffuso. Come si può combattere dal punto di vista culturale?
MARTINETTI: “Ribadisco: dobbiamo partire da lontano, dall’inizio, dalla scuola se vogliamo cambiare mentalità. Ma sono ottimista. Penso che le nuove generazioni, maggiormente sensibilizzate su questi aspetti fin dalle prime classi scolastiche, in futuro avranno meno problemi di violenza, di molestie. Oggi dobbiamo tener alta la guardia. Guardare in faccia a questo fenomeno, proteggere tutti i lavoratori da qualsiasi abuso. Le vittime devono potere trovare il coraggio di denunciare senza problemi. Penso che una donna abbia più facilità a parlare se il responsabile del personale è una donna, ad esempio. Ma si può anche ipotizzare di poterne parlare a un esperto esterno”.
BOSIA: “Io dico sempre che l’educazione è la chiave del progresso. Questo è un concetto che va ribadito sempre. Gli uomini vanno educati a rispettare le donne e considerarle alla loro pari. Mentre alle donne va ricordato che devono e possono difendersi. Mi sembra si stia andando nella giusta direzione ma c’è ancora della strada da fare”.
GARGANTINI: “Serve uno scatto in avanti, una crescita che deve riguardare tutti, nessuno escluso. Perché le molestie, che affondano le radici in una cultura patriarcale e violenta, sono un fenomeno di cui è intrisa la società. E siccome noi passiamo molte ore della giornata sul posto di lavoro ci portiamo dietro questo retaggio in ufficio o in fabbrica, dove per effetto delle gerarchie dirigente-sottoposto viene amplificato”.
Se si sta qui a parlare di molestie, se periodicamente emergono nuovi casi evidentemente qualcosa ancora non funziona. Dove si è fallito?
MARTINETTI: “Difficile dirlo. Il tema è complesso. Posso dire però che tutti devono fare la loro parte per affrontare questo problema. A partire dalle aziende: che devono interrogarsi su questo fenomeno. Nessuno può dirsi al di sopra di ogni rischio. Questo può essere un tema di riflessione: far capire che questi casi possono esistere in ogni realtà lavorativa. Che può accadere in ogni azienda. Dobbiamo parlarne, incitando alla denuncia”.
GARGANTINI: “Bisogna partire da un concetto. Una violenza non si identifica soltanto nell’atto, come un approccio o una frase, ma va definita  per come quell’atteggiamento viene recepito dalla vittima”.
BOSIA: “La legge, la protezione delle vittime può aiutare chi teme di perdere il posto di lavoro. Anche se questa è una paura che non dovrebbe esistere di fronte a un caso di violenza. La vittima deve sapere che è tutelata. E poi, scusate, se io subisco delle molestie le denuncio subito, senza fare calcoli. A meno che, scusate di nuovo, non sia una di quelle persone che pensano che accettare le molestie possa aiutare a fare carriera”.
La legge dunque secondo lei basta, va bene così?
BOSIA: “Ribadisco che gli strumenti ci sono. Ma è fondamentale la collaborazione di tutti. Tutti dovremmo sentirci coinvolti. Invece purtroppo mi sembra che nella società si tende a far finta di niente delle violenze subite dagli altri, a guardare solo al proprio benessere personale. Ecco, questo è un punto su cui lavorare. Va sviluppata una coscienza comune”.
28.11.2020


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