Romina Power
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Una vita a volte difficile,
sorretta dalla spiritualità
ALESSANDRA COMAZZI


Al Bano e Romina: quando il concerto, che ha sancito la loro riunione, se non altro professionale, è andato in onda dall’Arena di Verona su Raiuno, è stato seguito da quasi cinque milioni di spettatori, oltre il 24% di share, la percentuale di ascolto, soltanto in Italia: sono cifre alte. Se i Blues Brothers hanno ricomposto la band, Romina Power e Albano Carrisi hanno ricomposto la coppia, ma soltanto per alcune, scelte occasioni. La prima è stata un gran concerto a Mosca: "L’amico impresario che ci ha convinti è russo - ricorda lei - si chiama Andrei Agapov. Poi, l’anno scorso, rieccomi dopo 24 anni al Teatro Ariston: insieme con Al Bano ho riproposto, durante la prima serata del Festival di Sanremo condotto da Carlo Conti ‘Cara terra mia’, ‘Felicità’ e ‘Ci sarà’: mi hanno detto che abbiamo ottenuto il picco di ascolti con il 58,56%. Potrei dire che non me ne importa un granché, ma sono comunque soddisfazioni. Poi nel maggio 2015 c’è stata l’Arena, che è veramente un luogo magico, antichissimo e familiare nello stesso tempo: cantare davanti a tutte quelle persone, che accendono i ‘mocoleti’ (le candeline, n.d.r) è un’emozione grandissima. Poi un programma, sempre per Raiuno, ‘Così lontani, così vicini’, un titolo che sembrava quasi una dichiarazione d’intenti e di fatti. Per il resto, le nostre vite continuano separate. E anche durante il concerto sono pochi i brani che abbiamo cantato insieme, ma certo non è mancata ‘Nostalgia canaglia’, che è come un grande classico, un brand".
Lei, la figlia di Tyrone Power e Linda Christian, nata a Los Angeles il 2 ottobre 1951, arriva all’incontro vestita come una nuvola verde acqua, i bei capelli sciolti sulle spalle, trucco leggero. Ha appena scritto un libro, "Ti prendo per mano", pubblicato da Mondadori. "Non mi piace parlare di Al Bano", dice subito, e tanto meno parla della figlia Ylenia, scomparsa a New Orleans, più di vent’anni fa. La sua morte presunta, avvenuta convenzionalmente il giorno 31 dicembre del 1993, è stata infine dichiarata il 1º dicembre 2014 con sentenza del tribunale di Brindisi. Una richiesta fatta da Al Bano, lei era contraria, perché vuole pensare che la figlia sia ancora viva. Ma l’argomento è comprensibilmente evitato. "Non ne parlo mai - dice -. Preferisco ricordare quanto sia e sia stata interessante la mia vita, decisamente inconsueta, a partire dai genitori che mi sono toccati in sorte, divi hollywoodiani, entrambi bellissimi. Poi, che ci vogliamo fare, ho l’animo ribelle, la caparbietà, l’amore per l’arte. Quanto ho voluto bene alla mia mamma meravigliosa, un’attrice di quando le attrici diventavano dive, con un marito come il suo, poi, il mio papà. Però il tempo passa, e ovviamente non guarda in faccia nessuno. Così come le infermità. Mi sono trasferita negli Stati Uniti e l’ho assistita al mio meglio negli ultimi tempi della sua malattia. Così, nel libro, che non è un’autobiografia ma un romanzo, mi sono ispirata a questa storia, a questo rapporto recuperato madre-figlia. Racconto la protagonista che si riavvicina alla madre, malata di Alzheimer. Una donna che ha sempre più bisogno di lei, proprio mentre la sua personalità svanisce".
Continua il suo racconto, riconoscendo quanto l’aiuti scrivere. "A volte sento che più passa il tempo, più sarà difficile che qualcuno riesca a sradicare la tristezza che sto accumulando dentro di me. Penso che mi piacerebbe far parte di una comunità spirituale in cui ci si sostiene l’un l’altro, dove regnano rispetto, gentilezza e cortesia, e dove nessuno giudica il prossimo. Ecco, chi giudica mi infastidisce davvero. Spesso ho la sensazione che l’affabilità che mostro nei confronti degli altri non torni indietro, anzi, molta gente considera stupido chi è gentile. Sogno una società non materialista, nella quale canto e danza facciano parte della giornata, un luogo dove il giovane aiuti il vecchio e viceversa. Dove le persone sono solo se stesse e credono in quello che dicono, mantengono le promesse e rispettano gli esseri umani, gli animali e la terra. Per questo mi sono sentita di scrivere la storia di Daria. Che si trasferisce in un loft a Soho. È alla soglia dei cinquant’anni, è sola, ma ad accompagnarla ci sono i suoi sogni, una grande voglia di vivere, l’energia che conferisce la prospettiva di un nuovo inizio. Poi ho immaginato un cambio di scenario: siamo in Arizona, in una casa affacciata sul deserto. Daria va a trovare l’anziana mamma e deve digerire una notizia inaspettata. La madre ha un tumore, ma non vuole farsi operare e rifiuta le cure. È la cruda realtà contro la quale si infrangono i suoi sogni: niente più New York, niente gallerie cui mostrare il suo lavoro di scultrice, tramontata la speranza di ricostruirsi una vita affettiva".
Per Romina Power è un romanzo coinvolgente,  vissuto intensamente, in quanto ispirato alla sua esperienza personale. "Mi sono volutamente confrontata con la malattia e il dolore. Spero di averlo fatto con grande delicatezza, con lievità addirittura. Per raggiungere questo risultato, ho cercato di alternare diversi registri narrativi: la mia protagonista è travolta dallo struggente ricordo di una madre che era stata bellissima e ora è devastata dal male; accetta senza falsi pudori l’inarrestabile decadimento fisico; infine trova la forza per astrarsi dalla drammaticità del presente grazie alla sua pratica spirituale e a una bilanciata dose di ironia. Col passare dei mesi il rapporto di dipendenza tra l’anziana madre e la figlia innesca un’inversione di ruoli: la madre diventa figlia, la figlia accudendola diventa madre. La fine è ineluttabile, Daria lo sa. E quando beffarda si presenta la morte, è pronta ad accoglierla, quasi ricevesse un mazzo di rose".
E insomma da questo incontro emerge una donna molto diversa da quella che negli anni è stata seguita dalle cronache rosa di una bella fetta di mondo. Cronaca rosa che è anche diventata nera, come abbiamo visto, quando è sparita la figlia. "Ho passato dei brutti momenti - sottolinea lei - ma il mio temperamento e, spero, la mia spiritualità, mi hanno sempre aiutata. E poi c’è il fisico, la salute: io ci bado molto, cerco di nutrirmi e di curarmi bene, di non prendere medicine, ma di prevenire la malattia. Adesso ho un po’ di mal di schiena, che ci posso fare, ma complessivamente sono contenta e mi sento bene. Con i miei figli ho un buon rapporto, con Al Bano, si diceva prima, abbiamo recuperato, non mi posso lamentare. Certo, dopo averla tanto curata, mi manca la mia madre-bambina. Ora che non c’è più, provo un grande senso di vuoto. C’è un silenzio abissale, vengo inghiottita dal vuoto provocato dalla sua assenza, come se la morte sfiorasse anche me. Ma si va avanti. Una volta ho ricevuto delle rose. Erano per mia madre, ma il fioraio le ha consegnate a me: un segno di passaggio, una bella cosa".
06.11.2016


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