Luciano Giudici
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'Io nella corrente liberale
ma mio padre era fabbro'
STEFANO PIANCA


Se è sempre stato lontano - con un certo sospetto e fastidio - dalla corrente dominante, sarà anche per essere riuscito a smarcarsi da un certo determinismo fin da giovane. "Una volta agli amici radicali che mi punzecchiavano sul mio essere di destra ho risposto: Di tutti voi, io sono forse l’unico ad aver visto il proprio padre lavorare con le mani".
Per capire l’avvocato Luciano Giudici, nato a Locarno 77 anni fa, è forse illuminante partire dalla sua famiglia: "Mio papà - racconta l’ex consigliere nazionale del Plrt al Caffè - era un uomo molto intelligente, ha fatto il fabbro perché il nonno aveva un’officina. Ho visto i suoi libretti scolastici e avrebbe potuto benissimo studiare come ha voluto che facessi io".
Il martello che lui, metaforicamente, ha sentito più volte risuonare è stato invece quello dell’aula penale, che lo ha visto protagonista a più riprese. Dapprima, dal 1970 al 1975 come procuratore pubblico, poi come avvocato penalista. Ma tutti, ancora oggi, e sono passati ormai quindici anni, lo ricordano nel  ruolo di procuratore pubblico straordinario per il caso Cuomo-Verda. Giudici contro il giudice Franco Verda in un processo che terminò, nel giugno 2001, con la condanna per corruzione passiva dell’allora presidente del Tribunale penale. "Il ricordo più vivido è legato al momento della mia chiamata a Bellinzona da parte dell’allora consigliere di Stato Luigi Pedrazzini. Il quale, sommariamente, mi aveva indicato che c’era la necessità di un procuratore pubblico straordinario per indagare su dei magistrati ticinesi. Il Ministero pubblico della Confederazione (Mpc) esigeva infatti che fosse qualcuno al di fuori della magistratura in carica. Mi ricordo benissimo quel giorno, quando davanti al governo in corpore mi venne indicato lo scopo dell’inchiesta. Sempre allora un rappresentante del Mpc mi consegnò un fascicolo, relativamente piccolo, che conteneva trascrizioni di intercettazioni fatte dall’autorità italiana. Dalle quali trasparivano elementi preoccupanti".
In quell’occasione si discusse anche se comunicare subito al Gran consiglio chi erano le persone coivolte. "Io proposi che i nomi fossero detti, anche per evitare che si scatenasse un putiferio dentro il Palazzo di giustizia. Feci giuramento e subito corsi a Lugano per comunicare ai magistrati l’avvio di questa inchiesta bernese". La reazione fu variabile "dalla sorpresa all’arrabbiatura di Verda". È l’inizio di un impegno totale: "Per un anno, in pratica, ho fatto solo quello. Ma ricordo che uno dei motivi che mi spinsero ad accettare l’incarico fu il fatto che se il governo non avesse trovato un ticinese, il Ministero pubblico federale avrebbe lui stesso indicato un magistrato di un altro cantone. Mi sembrava veramente offensivo che il Ticino potesse venir messo quasi sotto tutela. E così accettai".
Di quel processo ormai archiviato, a ceneri del tutto o quasi fredde, quale eredità rimane, chiediamo a Giudici. "Attraverso l’inchiesta e poi il processo, che fu pubblico, si comprese che il caso era individuale e non c’era una malattia della magistratura. Io penso - sottolinea l’avvocato - che sia servito a chiarire, specialmente tra l’opinione pubblica ma anche all’interno del potere giudiziario, che il magistrato deve avere un comportamento coerente. Anche riguardo alle relazioni private. Di per sé non punibili, ma inopportune". Agganciandosi alla stretta attualità, e in generale, a proposito del rendere pubblici i nomi di persone sotto inchiesta, Giudici ha un’idea precisa: "Quando si tratta di fatti gravissimi e sufficientemente accertati, il nome sembra inevitabile farlo. Naturalmente nei casi indiziari è necessaria una prudenza a sottolineare la presunzione d’innocenza. Sono contrarissimo ai processi che vengono fatti in televisione quando ancora i prevenuti sono a giudizio. Una spettacolarizzazione pericolosa. Ma non è la nostra realtà".
Spenti i riflettori sul Ticinogate, Giudici tornò a fare l’avvocato e vennero altri casi importanti.  "Calando però l’impegno con gli anni. Perché fare il penalista richiede molto anche dal profilo fisico. Il mio ultimo dibattimento importante è stato quello di BancaStato nel 2006. Alcuni processi,  quelli difficili e contrastati, consumano molto. Ho visto morire in aula a Locarno l’avvocato e sindaco di Lugano Paride Pelli. Colpito da un infarto. Io ero il procuratore di quel processo e lui difensore. Mi lasciò un’impressione indelebile. Si trovava al banco della difesa e stava per replicare. Ebbe ancora la forza di alzarsi e dire al presidente Gastone Luvini che si sentiva male. Poi stramazzò".   
Il ritratto di Luciano Giudici sarebbe parziale senza puntare i fari sugli importanti ruoli politici. Per vent’anni in Gran Consiglio e per quattro, dal 1983 al 1987, a Berna come consigliere nazionale. All’interno del Plrt era posizionato nell’ala liberale. Anche se... agli inizi le premesse erano altre. "Fu una passione sbocciata al liceo, senza nessuna tradizione di politica attiva in famiglia. Nei Giovani liberali, di cui fui presidente, ero partito su posizioni piuttosto radicali. Nel senso che allora l’intervento dello Stato mi appariva necessario e importante, non solo per le classi bisognose ma anche in economia. Era il clima di allora. Dopodiché  ci fu la parentesi in magistratura e siamo ormai a metà degli anni Settanta. È allora che mi sembrò importante contrappormi al comunismo e al marxismo come sottofondo ideologico. Mi schierai contro la corrente dominante, quel mainstream che aveva attecchito in una parte del nostro partito. Sono gli anni del Psa e, nonostante la stima personale nei confronti di Pietro Martinelli, io facevo una netta opposizione, e quindi anche politica, a quell’ideologia. Del resto mio padre era un artigiano, non avevo da difendere il punto di vista dei ricchi", ricorda Giudici.
Nel contesto di questa contrapposizione, che era particolarmente acuta all’interno del mondo della scuola, lui si schierò "con la parte anti-marxista, più che di destra. Per intenderci ero dalla parte di Aron e non di Sartre", ricorda. È il periodo, ricorda, di quando la "gauche" sintetizzava l’antitesi nel detto: "Plutôt avoir tort avec Sartre que raison avec Aron". Oggi sono sparite le ali, forse perché si vola francamente più basso. E comunque il ricompattamento, all’interno del Plrt c’è stato: "Penso che Rocco Cattaneo, venuto dall’esterno ed estraneo alle famiglie politiche, ha svolto un ruolo pragmatico e la sua presidenza è stata utile a smussare le precedenti contrapposioni. Ha ricompattato. Adesso però bisogna che si discuta, per esempio, su questioni concrete come l’Europa. Ed avere una linea chiara. I tempi del fervore europeista sono passati, adesso la comunità europea realizzata ha deluso su aspetti come la gestione migratoria o la stessa moneta unica. Si è perso un certo senso storico dei Paesi che compongono l’Ue e io sono scettico".

spianca@caffe.ch
@StefanoPianca
27.11.2016


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