Daniele Finzi Pasca
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"Diamo del tu agli dei
per dire che sbagliano"
STEFANO PIANCA


Il ragazzo che giocava col vento oggi è un uomo di 52 anni. Il volto incorniciato da una barba quasi profetica, lo sguardo è quello vivace e dolce di sempre, solo velato da una ineffabile malinconia. Poi c’è l’abbraccio, spontaneo, che regala ai molti che lo riconoscono per strada nella sua Lugano. Ha vissuto anche d’affetto in questi mesi Daniele Finzi Pasca. Dopo la morte, lo scorso maggio, della moglie Julie, lei pure regista, con cui ha condiviso vita e arte. La Compagnia le ha reso omaggio con lo spettacolo "Per te", portato in scena al Lac lo scorso mese.
Col Caffè l’attore, regista e coreografo affronta il tema della perdita, ma getta anche uno sguardo lucido sul futuro. Che è costellato di impegni, tanto che appena calato il sipario sulla prima luganese, lui e i suoi compagni di viaggio sono volati subito a Città Messico per nuovi spettacoli. E nel 2017 ci saranno l’Australia, la Corea, il Brasile, l’Uruguay, gli Stati Uniti, la Cina,...
Icaro no, il monologo che lo stesso Daniele Finzi Pasca porta in scena da 25 anni, ha ripiegato le ali. Per ora. La corazza di un personaggio non basta: "Per un po’ l’ho sospeso - racconta -. È un periodo questo in cui ho bisogno di contenere le emozioni. Basta un nulla e viene giù tutto. Quando vai in scena un po’ ti devi spogliare e adesso non ce la faccio. Però seguo molto la Compagnia...". Un impegno nel solco di un modello di grande forza: "Julie è stata malata per dodici anni e nessuno dall’esterno se n’è reso conto. È lei che ha creato le condizioni per il nostro ritorno a Lugano. Due settimane dopo la sua morte bisognava iniziare con le prove dello spettacolo ed è stata questa sua dignità nella malattia...". Finzi Pasca cita l’esempio della battaglia dei cavalieri contro i draghi volanti, uno dei momenti più magici e tecnicamente perfetti di "Per te", con uno dei due guerrieri che dice: ‘Morirò in piedi’. "Questa dignità di Julie mi e ci ha obbligato a dire che quello che dobbiamo fare e ciò che sappiamo fare. Se fossi stato un panettiere sarei ritornato davanti al forno, se fossi stato un agricoltore avrei ripreso la via del campo...  Sono un uomo di teatro e sono ritornato a fare quello che devo fare. Non tanto come una liberazione, ma con un senso piuttosto di dovere. Soprattutto nel ricordo della Ju che ci ha portato a Lugano. Dire ‘non me la sento’ non sarebbe stata cosa degna. Quindi con dignità abbiamo detto okay".   
Il pubblico ha apprezzato, consapevole del privilegio di poter passeggiare nel giardino di Julie. Tra invenzioni sceniche che lasciano a bocca aperta e la  trasfigurazione del dolore. "Dopo Dalì e Cechov - spiega il regista - ‘Per te’, dedicato a questa magnifica attrice e donna di teatro che era Julie, chiude una trilogia.  Realizzare un’opera sulla sua vita, conoscendone ogni più piccolo dettaglio, ci ha permesso di entrare, a me, a Maria, a Ugo, a tutti noi, tra le più minute pieghe di quella che è stata la sua battaglia. L’ultimo anno passato in ospedale, di cui sette mesi in cure intensive. Ju è stata malata per dodici anni. Ma aveva questa forza, questa capacità di resistenza, perché era benedetta da un carattere straordinario che le permetteva di rimanere sempre molto leggera".
Una leggerezza che accompagna tutta la rappresentazione e che ha nel contrappunto di altri personaggi, i guerrieri fasciati da una pesante armatura, un’allusione "alla sofferenza che è reale e al tentativo di renderla leggera. Perché quella è la nostra cifra teatrale". Una cifra che non è solo visione, ma anche parola e simboli da decifrare. Come la metafora delle armature: "Julie soffriva di una malattia molto rara. Il suo cuore si stava calcificando. Questi acrobati chiusi dentro corazze spesse di metallo, con trenta-quaranta chili addosso, si confrontano con una protezione da un lato, ma anche con una perdita totale di agilità dall’altro. Mentre questo accade coi corpi degli attori, attorno a loro abbiamo utilizzato questa tecnologia del vento...".
Alla fine, nell’aria, resta sospesa anche la domanda sul senso più profondo della sofferenza. "Dopo dieci repliche ci siamo resi conto che lo stupore di fronte alla vita è comune a molti, la rabbia e una ricerca di senso che in certi momenti non è tanto facile da trovare. Anzi, è molto molto complicato. Poi magari alcuni trovano delle strade, la mia passa attraverso più riflessioni. Sono un clown, non un filosofo. I miei pensieri sono quelli di un semplice. Noi semplici reagiamo in modo molto primario. Ci interroghiamo, magari dando anche del tu agli dei. Dicendo loro che proprio ci sembra tutto sbagliato". L’ultima creazione della Compagnia Finzi Pasca - una famiglia numerosa e molto allargata - è anche la dimostrazione della capacità di fare un amalgama perfetto tra le qualità tecniche acquisite con gli spettacoli da stadio, le cerimonie olimpiche per intenderci, e l’intimità del teatro pensato per un pubblico più ristretto. Ma anche la più perfetta araba fenice, per rinascere e librarsi in volo ha bisogno di un nido. Quello del Lac è speciale, ma ancora incompleto.
"Quando anni fa si sono create la condizioni perché la Compagnia tornasse, c’era come la volontà di darci un luogo dove poter stare. Il teatro ha aperto in un modo un po’ rocambolesco. Ora dobbiamo concretamente ragionare su cosa voglia dire essere una compagnia stabile. Non puoi sentirti a casa e non avere le chiavi per entrare. Abbiamo avuto, ad esempio, più di un centinaio di invitati internazionali che abbiamo dovuto accogliere al bar...". Quest’anno ha funzionato la parte più creativa, perché c’è stato più tempo. Ma adesso ci sono davanti grandi impegni. "A partire da Montréal, dove tra pochi mesi portiamo uno spettacolo per i festeggiamenti dei 375 anni dalla fondazione della città. Un progetto con un budget di 5 milioni e mezzo. Tutto gestito da noi. Bello sarebbe se questo cantiere potesse essere visto, avvicinato. Il fatto invece di tenerci isolati o comunque così vicini, ma al tempo stesso così lontani, non permette di approfittare della nostra presenza. Noi potremmo andare in tanti luoghi, il senso di restare a Lugano è che ci sia veramente la possibilità di creare un vaso comunicante con la realtà".
Nel concreto, significa che "un’organizzazione come la nostra, grande e complessa, che nella sua dimensione è forse più grande di quella del Lac, non può essere messa in uno sgabuzzino. Quindi se ci si vuole bisogna creare le condizioni affinché  possiamo lavorare con una certa agilità. La grande questione ora è solo politica".

spianca@caffe.ch
@StefanoPianca
11.12.2016


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