Marco Cappato
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"Presto aiuterò altri
a suicidarsi in Svizzera"
MASSIMO SCHIRA


ischia 12 anni di prigione per aver aiutato a morire il 39enne Fabiano Antoniano, meglio noto come Dj Fabo. Lo ha accompagnato a Zurigo alla fine di febbraio, per un viaggio che ha riassunto definendolo "cinque ore penose verso l’esilio della morte". Ma non se ne pente, Marco Cappato, politico italiano dei Radicali e tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, che da anni è al fronte per assicurare la libertà di cura e la ricerca scientifica. Non era la prima volta che Cappato aiutava qualcuno nel cammino verso la "dolce morte". Ma per la prima volta ha scelto di esserci in prima persona, violando così l’articolo 580 del codice penale italiano. Al Caffè racconta i motivi dietro questa scelta. "Aiutare persone gravemente malate in questo percorso credo sia un mio dovere - spiega Cappato -. E sinceramente ce ne sono molte che partono per la Svizzera di nascosto. Altre, invece, vorrebbero la legittimità in casa propria di una scelta che reputo un diritto umano fondamentale. Io mi occupo di cercare di far valere la loro voce. Ma finché l’Italia non cambierà, continuerò ad aiutare persone a venire in Svizzera a morire. Presto ne aiuterò altre due. E lo farò finché non mi sarà impedito fisicamente".
Non è la prima battaglia per questo 46enne di Milano, ma cresciuto in Brianza. E, del resto, non potrebbe essere altrimenti per un radicale a tutto tondo, da sempre accanto a figure come Marco Pannella (ha vissuto anche a casa sua, oltre a frequentarlo in prima persona per 25 anni) o Emma Bonino, vere e proprie icone del radicalismo italiano. Lavorando con l’Associazione Luca Coscioni - dedicata al ricercatore universitario malato di Sla -, ad esempio, ha partecipato alla lotta per cambiare la legge sulla fecondazione assistita, riuscendo a rendere legale in Italia la fecondazione eterologa. Mentre oggi è il cosiddetto "fine vita" ad essere al centro delle sue attenzioni. "Accogliendo le persone che scelgono di mettere fine ai loro giorni, la Svizzera fa un grande atto di civiltà e fratellanza - afferma Cappato -. Naturalmente auguro alla Confederazione di non essere più isolata tra gli altri Paesi e di potersi occupare soltanto dei suoi casi. È un esempio che le altre realtà europee dovrebbero seguire". Per un politico che ha fatto dell’antiproibizionismo una vera e propria ragione di vita, iniziando giovanissimo a seguire le orme del fratello tra i radicali, la libera scelta di come terminare la propria esistenza terrena (in caso di grave malattia) rappresenta una questione basilare. "Dovrebbe essere un diritto comune alla portata di tutti, al di là della nazionalità e del luogo di residenza - aggiunge -. Quando due persone si incontrano, non si chiedono certamente il passaporto. Allo stesso modo in cui le persone hanno diritto alle cure, dovrebbero avere diritto ad interromperle. L’atteggiamento della Svizzera è coerente con i suoi valori, che segue anche in questo caso. Infatti a Zurigo abbiamo trovato persone di elevatissima professionalità nel seguire il percorso di Fabo. Il problema, invece, è di altri Paesi".
Quella di Marco Cappato, insomma, è una battaglia di libertà che non intende interrompere alla prima difficoltà. Anche se essa potrebbe costargli proprio quella libertà individuale per cui da anni lotta in prima persona. Nell’ultimo decennio, ha seguito in modi diversi centinaia di persone, tra consigli, indirizzi, supporto giuridico e, a volte, anche sostegno economico. E continuerà a farlo. "Senza alcun dubbio - conclude -. Anche se sarà in modo diverso rispetto a quanto fatto per Fabo. La meta sarà ancora la Svizzera? Certamente, perché ci ha accolti senza pregiudizi, solo per aiutare persone in difficoltà". Dal profilo giuridico, invece, Cappato attende di essere processato. Per potersi così difendere pubblicamente e ritagliarsi, forse, un po’ più di libertà in futuro.

mschira@caffe.ch
@MassimoSchira
19.03.2017


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