Pierluigi Tami
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"Il vero lusso?
Il mare d'inverno"
MAURO SPIGNESI


Difficile immaginarlo lontano dalla panchina, dalla sfera di cuoio, dall’odore del prato verde. Eppure c’è un Pierluigi Tami, nuovo allenatore del Lugano dopo quasi due stagioni alla guida del Grasshopper, che ama leggere biografie, andare nel suo rustico in montagna e al mare d’inverno, giocare a golf, stare in famiglia. Un uomo, un professionista che a 56 anni se si volta indietro può ben dire di aver vissuto. E di aver vissuto non solo di calcio, che pure gli ha dato lavoro e successi. "Chi fa l’allenatore - racconta Tami - non lo fa solo per mestiere, lo fa per passione. E la passione ti spinge a parlare, a pensare, a programmare le tue giornate in funzione del lavoro. Non hai soste. Pensi alle trasferte che vanno preparate bene con alberghi, campi per gli allenamenti, orari da rispettare, diete e menù per sportivi. Fare l’allenatore è totalizzante, bisogna strappare i momenti liberi con i denti, oppure ritagliarseli con molto anticipo altrimenti non ci riesci. Invece ci devi riuscire perché la tua famiglia ha bisogno di te e tu hai bisogno di loro".
Tre figli, Mattia di 33 anni, Alessandro di 29 e Nicole di 13. Pier Tami per loro c’è sempre. Sempre e comunque. "Nicole - racconta - era triste quando con la famiglia ci siamo traferiti a Zurigo ed è triste ora che torniamo in Ticino. Ma è la vita". Mattia, invece, ha uno studio di architettura e tempo fa ha scelto di fare l’allenatore. Ha cominciato con il Minusio. Dal basso, come ha fatto il papà che è partito da Gordola come calciatore per ricominciare da Gordola come primo incarico da allenatore. Pier quando Mattia gli ha detto che voleva iniziare questa carriera lo ha incoraggiato e ancora oggi, anche con poche, discrete parole, si sente che è orgoglioso del figlio. "Alessandro, che è ingegnere, invece lavora nell’azienda di consulenza e fornitura energetica che ho fondato anni fa e che quando ho deciso di fare l’allenatore professionista ho lasciato, ma dopo una fusione con la società di mio fratello che ha garantito senza traumi il futuro dell’attività".
Già, quando nel 1994 Pier Tami si è ritirato dal calcio giocato, ha iniziato a chiedersi cosa fare da grande. Perché alla vita lontano da un campo di pallone non ci aveva mai pensato. E allora ha sfruttato il suo diploma di disegnatore di impianti sanitari e ha iniziato a frequentare i corsi della Supsi come consulente energetico. Così ha aperto appunto una sua azienda a Lugano che in pochi anni è arrivata ad avere 18 dipendenti. "Ormai - dice - ci vado solo per le riunioni del consiglio d’amministrazione, il mio mondo da tempo è da un’altra parte".
Il suo mondo di oggi, dopo aver giocato nelle principali formazioni ticinesi e avere vinto la Coppa Svizzera nel 1993, è iniziato con il primo ingaggio come semiprofessionista a Lugano. Poi è arrivata la nazionale rossocrociata e con Kobi Kuhn è stato il primo analista video, un ruolo per quegli anni d’avanguardia che solo poche nazionali avevano. In panchina, i successi con l’under 21, le Olimpiadi, e il premio di allenatore dell’anno nel 2011. Una corsa continua, tra un pullman e uno spogliatoio, tra un campo di calcio e una riunione in federazione. "Per questo appena posso cerco di staccare, prendendomi qualche giorno, dimenticando il cellulare. Quando sono in vacanza riesco anche a leggere i libri che compro e metto da parte perché devo studiare schemi, avversari, strategie e il tempo non c’è mai. Leggo soprattutto autobiografie, mi affascinano le storie di vita. Ho provato anche con i gialli e i romanzi, ma non mi hanno mai conquistato".
Ma vacanze per Pier Tami è soprattutto l’idea del Ticino. "D’estate non mi sposto mai. Ho un rustico in montagna e vado lì a riposare. Oppure prendo l’auto e mi muovo. A me stare fermo non piace, sono curioso, voglio visitare, vedere. Il mare? Mi piace d’inverno, quando c’è la sosta mi concedo sempre un viaggio nei Paesi dove c’è l’estate".
18.06.2017


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