Giorgio Mombelli
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"La medicina oggi
è dei burocrati"
PATRIZIA GUENZI


Il fuoco sacro della missione non l’ha mai avuto. È diventato medico per puro caso, Giorgio Mombelli, 74 anni, per oltre due decenni primario di medicina dell’ospedale La Carità di Locarno, dove sino a due anni fa era consulente in malattie infettive e oggi, in un piccolo ufficio al terzo piano, visita ancora qualche "vecchio" paziente o si occupa di casi particolarmente complicati. "Sono fatalista, non cerco le cose, è come se gli eventi mi venissero incontro - dice -. Ricordo ancora quell’estate, avevo superato la maturità ed ero felice di non avere più impegni. Non mi ero ancora iscritto a nessuna facoltà. Poi un mio compagno di scuola scelse medicina e io feci altrettanto. In realtà ero più portato per le scienze umanistiche, lettere, pittura, suonavo un po’ il violino...". Poi la passione arrivò, ma oggi, voltandosi indietro, Mombelli sconsolato osserva: "La medicina è in mano ai burocrati, si parla più di soldi che di pazienti. Tornassi indietro, forse opterei per la ricerca".
All’epoca, con la laurea in tasca, Mombelli svolse la sua formazione e la specializzazione in malattie infettive in diversi ospedali, in Svizzera e all’estero. Nel 1983 tornò in Ticino e venne assunto alla Carità di Locarno. "In quegli anni ho vissuto in prima linea la tragedia dell’Aids - ricorda -. È stata la mia esperienza umana più profonda e irripetibile. Era straziante, tantissimi giovani tossicodipendenti, 25 anni o poco più, che morivano. E noi non sapevamo cosa fare, non c’era ancora una cura".
Sguardo severo, una corona di capelli bianchi in testa, difficile immaginare il dottor Mombelli senza il camice bianco. Ancora meno fare il tifo davanti alla tv per Federer. "Sono un suo fan - confida -. Di lui mi appassiona soprattuto la gestualità, il rituale della sfida, con Djokovic ad esempio. Anch’io ho giocato a tennis anni fa, da giovane invece a calcio, in terza e quarta divisione. Ma il calcio visto in televisione non mi prende come il tennis".
Sposato, due figli, uno medico l’altro chimico, adora i gatti rossi, il cinema di Fellini e Antonioni, l’isola del Giglio e il vecchio rustico in Vallemaggia dove già andava da piccolo. In passato, qualche viaggio all’estero per piacere, molti altri per congressi, e oggi preferisce rilassarsi solo con la lettura. "Amo la letteratura italiana del secolo scorso, i classici e rileggo ancora volentieri autori come Pavese, Kafka, Joyce, Proust, Hemingway, Svevo. Sono piuttosto selettivo, tra i contemporanei ce n’è di quelli che hanno sostanza, ma molti sono soltanto un buon intrattenimento. E li butto. Da un po’ faccio così, altrimenti non so più dove metterli".
Impossibile incontrare il dottor Mombelli e non accennare alla Pianificazione ospedaliera, tuttora ai box di partenza dopo la bocciatura dei cittadini su un’eventuale alleanza tra pubblico e privato. Reduce dalla vittoria dell’iniziativa popolare "Per la qualità e la sicurezza delle cure ospedaliere", di cui è stato uno dei principali "trascinatori", per il futuro Mombelli pensa ad un ospedale multisito. "È una soluzione che funziona molto bene. Poi, nel lungo termine è probabile che si andrà verso un ospedale cantonale. Noi medici per primi dobbiamo essere pronti a cambiare, essere flessibili. Mai dire mai. Quello che oggi sembra irrealizzabile, domani potrebbe diventare realtà".
Libero docente all’Università di Berna, Mombelli adora insegnare. "Tra i miei pochi talenti ho la capacità di entusiasmare, di trascinare, per cui serve l’autorevolezza della conoscenza". Un terzo dei medici attivi nel Locarnese ha fatto la formazione con lui. E se oggi le giovani leve sono "motivate e brave - conclude -, sono però soffocate dai compiti amministrativi. Anche per questo il nostro lavoro è diventato meno interessante". pguenzi@caffe.ch
Q@PatriziaGuenzi
13.08.2017


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