Sofia Coppola
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"Preferisco i piccoli film
perché ho più potere"
ROSELINA SALEMI


Il cognome, certo, è imbarazzante. Figlia di un mostro sacro del cinema, Francis Ford Coppola. Cresciuta in una famiglia molto tradizionale ("mamma Eleonora è sempre stata eccezionale con noi figli, papà cercava di essere presente"), ma nel cuore di Hollywood. L’ho conosciuta a Venezia nel 2010, quando ha vinto con Somewhere, che ha lanciato una delicatissima bambina di nome Elle Fanning. Accanto a Quentin Tarantino sembrava minuscola. Sofia Coppola, 47 anni, è in effetti minuscola. Occhi grandi e scuri, una struttura leggera, adolescenziale, un bel sorriso e una volontà di ferro. Per nulla chiacchierona, a dispetto delle origini italiane. Nomade, in senso vero. "Sono abituata a una vita in costante movimento - racconta al Caffè -. Quando noi figli eravamo piccoli, papà e mamma fecero un accordo: se lui doveva assentarsi per più di due settimane, l’avremmo seguito. Perciò ho studiato a Los Angeles, a New York, a Tulsa, Oklahoma, e nelle Filippine, al tempo di Apocalypse Now. Una famiglia da circo, i Barnum di Hollywood. Forse per via della vulcanicità di mio padre sono pacata ma meno propensa a infinite tournée. Forse ho preso da mia madre la calma esteriore che contiene la tempesta interiore".
Sofia Coppola non parla, sussurra. Viene da chiedersi come riesca a vivere con gentilezza il set, ambiente stressante e gridato. Nessun attore l’ha mai sentita alzare la voce. A Cannes (ha vinto la Palma d’Oro 2017 come miglior regista con The Beguiled, L’Inganno tratto dal romanzo di Thomas Cullinan) ha diretto un "bunch", così lo chiamava, un mucchio di donne, una gang chiusa in una villona stile Via col vento, circondata da un bosco e protetta da un cancello sempre chiuso. Lei lo racconta così: "Fuori c’è la Guerra Civile, una delle ragazzine più piccole va in cerca di funghi con i cannoni sullo sfondo e trova un soldato nordista ferito. Lo portano dentro, in questa casa/collegio per ragazze che le famiglie hanno abbandonato/cercato di sottrarre alla guerra. Mi interessavano le dinamiche di potere tra un gruppo e un estraneo che entra come un virus, e quelle tra i membri del gruppo. Sì, il lato femminile predomina. In questo senso il mio non è un remake del film di Don Siegel con Clint Eastwood, La notte brava del soldato Jonathan, è solo uno sguardo diverso, l’altra faccia della medaglia".
Così si capisce perché sono venuti fuori discorsi sul femminismo e sulla sorellanza, sulle donne alla regia nello star system: "Autrici come Kathryn Bigelow e Jane Campion ci hanno aiutato. Tutte dobbiamo molto ad Agnés Varda a anche a Jody Foster". Quello di Sofia Coppola è un cinema così speciale che la domanda provocatoria è quasi d’obbligo: accetterebbe un blockbuster da duecento milioni di dollari di budget come quelli della Marvel con i super-eroi? "Mi piace girare film piccoli dove ho il potere di fare le cose come voglio. Però, mai dire mai…".
Parla volentieri della madre, "sempre coinvolta in cose di arte e letteratura. È lei che mi ha spronato a essere creativa. Mi portava ai musei, alle gallerie, ai vernissage di artisti emergenti". Glissa sull’ex marito, il regista Spike Jonze. Si è felicemente risposata nel 2011 con il musicista francese Thomas Mars, leader della band Phoenix, che le ha dato due figlie, Romy e Cosima, alle quali dedica molto del suo tempo, "se non tutto". Vive per buona parte dell’anno in Francia ma pensa nostalgicamente alla vita immersa nella natura della California, "dove sono cresciuta. A volte, mi manca. Quando sono lontana mi diverte trovare in qualche negozio una bottiglia del vino che papà produce nella Napa Valley, e che porta il mio nome, Sofia".
25.03.2018


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