Wim Wenders
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"Sono un regista
per colpa della noia"
MARTA VALIER


Tutto merito della noia. Quando era bambino i genitori di Wim Wenders lo mandavano a dormire nel pomeriggio, anche se lui non aveva sonno. Si annoiava, restava seduto sul letto e fissava le pareti della stanza sulle quali erano appese stampe, a suo dire, piuttosto mediocri. Le inquadrature però erano interessanti. "Mi resi conto che l’inquadratura era la cosa fondamentale di ogni dipinto. Questo interesse ha fatto di me un regista", ha detto il filmmaker tedesco durante un incontro a Hollywood presso la sede della Academy of Motion Pictures Arts and Sciences in occasione dell’uscita negli Stati Uniti del suo ultimo film, "Papa Francesco. Un uomo di parola."
Per questo documentario Wenders ha condotto quattro interviste con Papa Bergoglio, per un totale di cinquantacinque domande. "Non c’è stata nessuna censura, ho fatto le domande che volevo e lui ha risposto sempre in maniera imprevedibile e onesta". È stato Monsignor Dario Viganò, ex prefetto per la segreteria delle comunicazioni al Vaticano e studioso del rapporto tra cinema, comunicazione e Chiesa, a mettersi in contatto con il regista di Paris, Texas e Il Cielo sopra Berlino. "Mi ha chiesto se mi sarebbe piaciuto lavorare col Papa alla realizzazione di un film, dandomi carta bianca. Lui offriva accesso al pontefice e agli archivi digitali del Vaticano, a tutto il resto avrei dovuto pensare io. Non ho potuto rifiutare".
Così come in passato non aveva potuto dire no a Ry Cooder o a Pina Bausch, seguendo il primo a Cuba nel 1995 per filmare i musicisti dell’isola (ne uscì due anni dopo il documentario Buena Vista Social Club) e la seconda sul palcoscenico, per dare vita alla rappresentazione più vivida che ci sia del lavoro della coreografa tedesca, il film in 3D del 2011, Pina. "Per anni Pina mi ha chiesto di filmarla e grazie alla telecamera 3D sono riuscito a entrare nel suo spazio coi ballerini".
Anche per questo film sul Papa, Wenders ha fatto ricorso a tecniche cinematografiche adatte ad esaltare le qualità del suo soggetto. Se per la Bausch si trattava di valorizzare il movimento, per il Papa ha puntato sulla naturale disposizione ad esperto comunicatore e sul suo carisma. Per le riprese delle interviste, il regista ha usato un espediente che offre allo spettatore la sensazione di essere al centro di un’intima conversazione. Grazie all’uso di un interrotron, un dispositivo usato per la prima volta dal documentarista premio Oscar Errol Morris in The Fog of War, durante le interviste Wenders vedeva Papa Francesco sul proprio monitor mentre il pontefice vedeva il regista su un altro schermo posto di fronte a lui. Così, con questa specie di teleprompter, il Papa invece di parlare a Wenders rispondeva alle domande del regista parlando a uno schermo. "Quando ha visto una sedia sola, mi ha chiesto: "E lei dove si siede?". Gli ho spiegato che sarei stato a venti metri di distanza, gli avrei messo un microfono per comunicare e ci saremmo visti attraverso uno schermo. Ha capito subito, non era per niente inibito".
Guardando il film lo spettatore non vede due persone che parlano. "Lo spettatore è una di quelle due persone". Per Wenders, di fede protestante, questo Papa ha mostrato carisma fin dalla sua nomina. "Quando hanno annunciato che aveva deciso di farsi chiamare Francesco mi stupii". Il regista avrebbe voluto inserire qualche clip di un vecchio film su San Francesco. Ma non ha trovato la pellicola giusta. "Non potevo certo usare Mickey Rourke mentre si rotola nella neve nudo e tatuato - dice Wenders facendo riferimento all’interpretazione dell’attore americano nel film del 1989, Francesco -. E quindi, usando una videocamera degli anni Venti del secolo scorso, ho girato un paio scene per conto mio e le ho inserite facendo finta di inserire sequenze di un vecchio film". Inutile quindi scervellarsi per capire di che film si tratti.
24.06.2018


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