Joël Dicker
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'Sono riuscito a uscire
da quel buco nero'
FRANCESCO ANFOSSI


on è un giallo e nemmeno un poliziesco l’ultimo romanzo di Joël Dicker, autore del best seller La verità sul caso Harry Quebert, tradotto in 33 lingue e vincitore di numerosi premi letterari internazionali. E allora cos’è? La trama de La scomparsa di Stephanie Mailer è molto semplice. Quattro omicidi, la sparizione di una giornalista e due poliziotti che indagano. "Ma l’indagine non è la spina dorsale di questo libro", osserva Dicker. E infatti ci sono 30 personaggi che entrano in scena con il loro vissuto, le loro introspezioni, in questa cittadina, Orphea, nello Stato di New York, che sembra ideale per i quadri di Edward Hopper. "C’è persino chi mi ha rimproverato, in una presentazione che ho appena fatto in Francia, un personaggio che non serve assolutamente a nulla ai fini dell’indagine - racconta l’autore -. E c’è anche chi mi accusa di scrivere più pagine per vendere il libro a un prezzo maggiore". Insomma non si tratta di un giallo "perché va oltre l’inchiesta. È il mio punto di vista".
In effetti il libro di questo narratore 33enne è un tomo di settecento pagine ancora più grosso della Verità sul caso Harry Quebert. Ma come quest’ultimo, si divora pagina dopo pagina senza mai fermarsi. Incontriamo l’autore a Milano, in una libreria nel cuore della metropoli, per la presentazione della sua ultima fatica ("in questa città, ogni due anni, ritrovo tutte le mie abitudini"). Dicker ha un modo di vestire sciatto, da scrittore americano della beat generation, anche se è ginevrino. Giacca verde scuro, camicia, jeans e scarpe da tennis, barba di un paio di giorni. Qualche vanità di gel per ondulare i capelli. Dicker a lavoro concluso si diverte molto a parlare con i lettori, "dopo che ho impiegato tre anni a scriverlo, senza interagire con nessuno"). Se gli dici che è un autore di successo si schernisce: "Sono molti di più i romanzi, cinque, rifiutati che quelli che mi hanno pubblicato, finora, che sono quattro", dice. Romanzi uno diverso dall’altro. "Non cerco mai di andare incontro ai gusti del lettore. Mi baso sul piacere di quello che faccio. E che nessuno mi potrà togliere".
Poi però si affretta ad aggiungere: "A me interessa che le mie opere siano condivise. Chi può dire che non trova piacere nell’essere compreso? La comprensione è fonte di gratificazione. Proprio per la forza della condivisione.
La domanda fondamentale di tutti i personaggi di questo libro sembra tratta da Cechov del "Giardino dei ciliegi": Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Oggi attraverso i social tendiamo a mostrarci per quello che non siamo. Chi siamo dunque? "La risposta? Quella di accettarsi per quello che siamo. Ecco perché il mio è un romanzo introspettivo. Tutti i miei personaggi si chiedono: io sto bene lì dove sono? Lo aveva già detto Seneca: anche se uno si sposta i suoi problemi se li porta dietro. Quindi l’unica via possibile è fermarsi un attimo e chiedersi chi siamo. Si pongono questo problema i personaggi del mio ultimo romanzo, ambientato in un luogo lontano da me. Perché prendere le distanze spaziali, ambientarlo negli Stati Uniti, mi è servito anche a prendere le distanze da me stesso, che vivo nel verde di Ginevra. Ogni personaggio di questo libro passa una notte buia per ritrovarsi. Anche io ho avuto la mia notte buia, come un buco nero della mia esistenza. Ma sono riuscito a conviverci".
19.08.2018


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