Massimo Gramellini
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"Al mio bambino dirò
segui la tua vocazione"
PAOLO TAGGI


Flashback. Una domenica mattina di due anni fa. Massimo Gramellini e Diego, figlio della sua splendida compagna scrittrice, ritornano a casa dopo la consueta puntata in pasticceria. Neanche questa volta hanno rispettato l’ordine di evitare i dolci e confondono le acque con una serie di improbabili racconti. Per Diego, Massimo non è il giornalista importante, ma solo un complice, socio nel costituendo "Club degli insopportabili". Il migliore, insolito amico, entrato con discrezione, dolcezza e intelligenza nella sua vita. Due anni dopo. Massimo Gramellini firma centinaia di copie del suo ultimo libro, "Prima che tu venga al mondo". C’è il tutto esaurito, a Book City (la fiera di Milano), per lui.
Fatta l’ultima dedica, eccolo impegnato a miscelare ricordi, letture e storie che non sono la sua: "Ho inserito nel mio navigatore sentimentale la modalità pater - dice Gramellini -. Racconto i nove mesi che precedono la nascita del mio primo figlio, Tommaso".
È stato proprio l’incontro con Simona e con un personaggio unico come Diego (un bambino che non dice "ho paura del buio", ma "ho finito le batterie del coraggio") a svelare a Gramellini il fascino magnetico della paternità: "Non puoi desiderare quello che non hai mai conosciuto", aggiunge, ispirandosi a Platone. Simona, così simile nel profondo alla madre persa troppo presto, ha portato in superficie ricordi inabissati, di cui non parla neppure in "Fai bei sogni", il libro dove Gramellini ha condiviso con i lettori la sua ferita tragica: "Quella volta che mia mamma al ritorno da una gita scolastica mi ha aspettato nel paese sbagliato. E quella in cui ci ha detto con naturalezza di essere finita contro un tram. Simona, ricevuto l’esito dell’ecografia, ha chiamato tutte le amiche, promettendo a ognuna che la bambina avrebbe avuto il suo nome. Aveva letto male il referto. Aspettava un maschio. Almeno non ha deluso alcuna amica".
E se si chiede a Gramellini perché al figlio lui vuole insegnare ad ubbidirsi, risponde: "Dobbiamo assecondare il nostro codice dell’anima, come scrive Hilman. Chi non ha il coraggio di seguire la sua vocazione insopprimibile è destinato ad essere infelice. Mio padre mi immaginava economista, io volevo scrivere. Quando è uscito il mio primo articolo, sul Giorno, ha commentato: è proprio vero che ormai scrivono tutti. Ma so che poi per tutta la vita ha costretto gli amici del circolo del Tennis, a Torino, ad ascoltarlo mentre declamava i miei pezzi. Mi ha voluto bene così. Portandomi a vedere il Torino tutte le domeniche, anche in trasferta, per colmare il tempo e i silenzi". Come "Febbre a 90" di Hornby. Gramellini è tesoriere di miti e racconti. Prelevati dalla letteratura, dalla cronaca. Ascoltati di persona. Che si fondono nei suoi libri, dove ogni volta scopre sentimenti senza nome. "Ricordo un filmino girato da mio padre. Io esito ad entrare in acqua. Ho paura del passaggio dal caldo all’acqua gelida. I passaggi ci rivelano".
Il passaggio alla paternità gli ha fatto dire addio "al torcicollo emotivo, al guardare la vita nello specchietto retrovisore", proiettandolo nel futuro. Per questo ha messo messo in un baule "un po’ di cose che Tommaso troverà tra qualche anno: i Pink Floyd, il cavallo degli scacchi, Big Fish, il biglietto Toro-Juve 3 a 2 ("un giorno in cui l’aria era pervasa da una sensazione di inesorabilità"), una poesia, e Il vecchio e il mare". Il resto, sono cose immateriali, come "riscoprire il valore del dialogo. Internet è solo un coro di monologhi". E conclude: "Dicevano i Cavalieri della Tavola Rotonda: siamo dovuti andare in giro per il mondo per trovare le avventure che erano dentro di noi. La vita non è un gioco in cui vince chi rimane bambino. Vince chi ritorna bambino".
24.11.2019


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