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Fulvio Scaparro
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"Usciremo dalla bufera
remando tutti insieme"
GIUSEPPE ZOIS


asserà, tutto passa. Ma il prezzo da pagare è sempre più alto. Purtroppo ci troviamo a combattere contro un nemico invisibile come questo coronavirus. E a dominare la scena è una presenza di cui faremmo volentieri a meno: la paura. In questa intervista per il Caffè il professor Fulvio Scaparro, docente universitario a Milano, psicoterapeuta e saggista, la qualifica come "paura invasiva". E spiega: "Si impossessa di noi, che ondeggiamo sotto i colpi delle notizie di contagio, ospedali affollati, ricoveri in cure intense, spesso lutti. Unica difesa possibile: essere resilienti, capaci cioè di cadere e di rialzarci, facendo appello alle nostre risorse interiori. Se accettiamo l’idea che questa è la condizione umana, non c’è niente di male nel provare paura. Aiutati dall’esempio dei genitori, già da bambini dobbiamo incominciare l’apprendistato su come tenere al guinzaglio tale condizione".
Vagolando nell’ignoto, non si sa più a che santo appellarsi. Lo psicoterapeuta traccia un percorso: "Punto di partenza: valorizziamo gli aspetti positivi, dalla voglia di vivere agli affetti, dalle relazioni all’aiuto vicendevole. Chi non ha mai provato momenti di solitudine, di smarrimento, magari dopo un grave incidente o la perdita di un familiare? Tutti noi siamo fragili, dubbiosi, indecisi e ci nascondiamo sotto la maschera della bulimia di cose da fare. Si può capire un atteggiamento di insicurezza nei giovani: smaniosi di energia vitale e inconsapevoli del pericolo - perché cresciuti nella bambagia - si espongono spesso a rischi in un delirio di onnipotenza. Una persona normale si accorge del mestiere di vivere strada facendo".
Scaparro ricorda un’efficace vignetta di Schulz con Charlie Brown che diceva: "Un giorno moriremo anche noi, Snoopy", il quale rispondeva: "Certo. Ma tutti gli altri giorni no". Pensieri e preoccupazioni ne abbiamo, ma non possono paralizzarci. Innegabile però che oggi si precipita in un incubo all’idea di essere uncinati dal famigerato Covid 19.
Chi deve varcare la soglia di un ospedale perché positivo ha la sensazione di dover attraversare un deserto sconfinato, senza alcuna vicinanza amica, con affetti lontani. È un’esperienza che hanno fatto e stanno facendo molte famiglie. Innegabile, ma lo psicoterapeuta allarga il campo: "Nelle case per anziani non si contano gli ospiti che vivono letteralmente abbandonati, senza più familiari che li sostengano. Oggi questa ferita è più dolente. Sotto i colpi del contagio virale, noi potremmo e dovremmo aiutarci. Con questa pandemia siamo davvero tutti davanti ad un destino comune e non possiamo illuderci di salvarci da soli. Come abbiamo sentito nella supplica del Papa, è drammaticamente vero che ‘abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità’. Fra dieci anni quando parleremo di questa emergenza, sarà interessante sapere quale insegnamento abbiamo maturato, se siamo diventati più profondi, sensibili, previdenti… Al riguardo ho qualche dubbio".
Domanda d’obbligo allo scandagliatore della psiche: usciremo cambiati da questo tunnel e quanto? "Se il virus ci farà mutar vita, lo capiremo dagli sforzi che verranno messi in atto per scongiurare altri pericoli di contagio di massa. Dovremmo innalzare gli argini, essere pronti; vediamo bene però che la storia passa, ma i comportamenti restano. In un secolo terribile come il ventesimo abbiamo visto di tutto: campi di concentramento, genocidi, stragi di ogni genere, persecuzioni, epidemie, terremoti, tsunami… Quali insegnamenti abbiamo tratto? Ci imponiamo di credere che il futuro non sarà così, ma il rischio zero non esiste. Una volta si diceva "Estote parati", siate pronti all’imprevisto con adeguate strutture. Io sto ai fatti. Mi aspetto che rimanga addosso a tutti, anche al superficiale, una venatura di riflessione. Ho sentito mille volte la frase che nulla sarà più come prima. Decisiva sarà l’educazione all’amore per la vita. È un impegno che parte dalla famiglia, si allarga alla scuola, coinvolge la collettività: senza, perderemo la partita. Questo è l’inizio della storia e anche la fine. Viviamo più a lungo, con conquiste e progressi sconosciuti ai nostri nonni, ma l’animo dell’uomo resta, e l’uomo è nato per la relazione. Se la convivenza è il fondamento della società, occorre lavorare sulla cura della relazione. Cominciamo a costruire la dignità partendo dalle nostre case. E stiamo attenti a esercitazioni tipo quella dei polli nel cesto di Renzo, intenti a beccarsi fra loro come spesso succede agli uomini".
05.04.2020


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