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Don Luigi Ciotti
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"In nome del profitto
si produce povertà"
FRANCESCO ANFOSSI DA MILANO


L'amore non basta, l’amore non basta mai per Luigi Ciotti, uno dei preti di strada più famosi d’Italia. In libreria è appena uscito un suo libro autobiografico per l’editore Giunti, anche se, dice, "la definizione credo più consona è "autobiografia collettiva". È un racconto della sua vita attraverso gli incontri e le persone che l’hanno "segnata, trasformata, resa piena e intensa". Dall’infanzia alla gioventù, dal Gruppo Abele alla scelta del sacerdozio e all’impegno con Libera. Una vita all’insegna del "noi"". Ciotti dice di aver scelto di scriverla "per saldare un debito morale e affettivo con tanti compagni di viaggio che mi sono stati spesso maestri". Questo sacerdote, con il suo maglione nero e l’aspetto dolente, ha attraversato tutti i luoghi del dolore possibile a Torino, la sua città d’elezione.  Ma dice di sentirsi un privilegiato: "Se riconosci che l’altro è dentro di te, non solo davanti e attorno, comprendi che prendersene cura è il modo più completo per realizzarsi".
Quanto all’amore che non basta, che è il titolo del libro, quello gli è venuto quasi di getto, come se non ci fossero altri titoli possibili. "L’amore - spiega  - è un elemento essenziale della vita. Una vita senza amore è una vita vuota, apatica. Ma amore, nell’attuale società dell’io, è parola molto usata e spesso abusata. L’amore è darsi all’altro con totale abbandono e generosità, al di là del proprio interesse o del proprio vantaggio. Ho scritto un po’ provocatoriamente che oggi forse Gesù avrebbe detto ama il prossimo tuo più di te stesso e non come te stesso".
La necessità di unire amore, empatia, sentimento di giustizia è stata l’intuizione che ha guidato tutta la storia del Gruppo Abele e, su un diverso piano, quella di Libera. Ciotti, che oggi ha 75 anni, è un immigrato proveniente con la famiglia da Pieve di Cadore e che ha vissuto come tutti gli immigrati degli anni 60 a Torino i problemi di sentirsi un disadattato. Nel suo libro ricorda di quel calamaio che gettò alla maestra perché si sentiva discriminato, macchiandole il vestito d’inchiostro. Ma forse è stato proprio quel sentirsi straniato e straniante che gli ha fatto maturare una precoce vocazione.  Il Gruppo Abele, una comunità per recuperare i ragazzi precipitati nel gorgo della droga, nasce nel 1965, quando lui ha solo 20 anni ma ha già le idee chiare. Perché il Gruppo Abele non è solo una comunità terapeutica, è qualcosa che va oltre, che fa cultura al tempo in cui Marcuse e gli altri filosofi della Scuola di Francoforte parlavano di oppressione sociale connaturata nei mezzi di produzione e di consumo, promuove un impegno che salda accoglienza, dimensione educativa e proposta politica. Sette anni dopo viene ordinato sacerdote. Gli assegnano una "parrocchia di strada", dove si incrociano povertà e fragilità, ieri come oggi non è cambiato nulla in fondo.
Ha protetto e offerto un salvagente di salvezza a tossicodipendenti, prostitute di strada, ammalati di Aids, immigrati, clochard, poveri anche se ricchi dentro e ricchi ma poveri interiormente, malati di fragilità esistenziali. Insomma, tutta gente che ritrovi nelle Beatitudii evangeliche.
Ha fondato scuole, case editrici, missioni in Africa e nel Terzo Mondo, associazioni di giovani e famiglie e infine - dopo aver capito a fondo che il male affondava nel cancro di Cosa nostra - ha fondato Libera, l’associazione contro tutte le mafie del mondo e la criminalità organizzata. Tutto questo ha reso ancor più complicata la sua difficile vita. Da decenni è costretto a girare con la scorta, a cambiare spesso numero di telefono, a dormire in posti diversi ogni notte, braccato da chi lo considera un nemico più di magistrati e forze dell’ordine. Nella vita ha due punti di riferimento, il Vangelo e la Costituzione, cielo e terra, come dice lui.
Gli chiediamo se dopo questa crisi del coronavirus - lui che ne ha attraversate tante - cambierà qualcosa nei cuori e nella mente delle persone e lui risponde che "dipende da noi, dalla nostra capacità di interrogare le nostre ferite, i nostri traumi e impararne qualcosa. Dobbiamo diventare comunità. Ma per tornare a essere comunità dobbiamo eliminare le ingiustizie e le disuguaglianze di questo sistema economico, sistema esclusivo e selettivo che in nome del profitto produce povertà e disperazione e avvelena e devasta la Terra, come dice anche papa Francesco".
Ci sarà da lottare contro le mafie, che stanno già approfittando della situazione: "È una storia purtroppo già vista. Da sempre le mafie approfittano delle crisi e, più in generale, dei vuoti di giustizia sociale.
"Con l’aggravante che oggi le mafie trovano in questo sistema economico un habitat più che mai favorevole ai loro affari. Ripeto, nulla di nuovo. O forse qualcuno pensava che l’ecatombe del coronavirus avrebbe suscitato nei boss qualche scrupolo morale?".
17.05.2020


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