Le inutili barriere al mercato volute dai leader europei
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Freni politici nell'Ue
al libero commercio
GIUSEPPE TURANI


In Europa, contrariamente a quello che si pensa, non esiste ancora una corsa alle barriere commerciali e probabilmente non ci sarà nemmeno mai. Un po’ perché sarebbe antistorico, ma soprattutto perché le diverse economie sono molto intrecciate ed erigere barriere può essere molto complesso.
Ci si limiterà, probabilmente, a creare difficoltà a qualche produzione Ue - cosa che già si fa -, ma non in misura straordinaria. Tanto è vero che sul Vecchio Continente gira di tutto, anche perché certe produzioni mancano. Se vuoi un tablet deve essere americano o coreano, lo stesso se vuoi uno smartphone. Quello che sta accadendo è un altro fenomeno. Ci sono alle porte due competizioni elettorali molto importanti: prestissimo in Francia e più tardi in Germania. Così accadono cose strane. La Francia, le cui aziende hanno comprato quasi tutto il comprabile, ad esempio in Italia, dove hanno saccheggiato moda e alimentare, fa un po’ la difficile intorno a un’azienda francese che l’italiana Fincantieri vorrebbe rilevare. Anzi, ha bloccato l’operazione e sembra che lo Stato voglia entrare direttamente nell’azionariato, pur di bloccare l’acquisizione italiana.
Ma tutto questo pasticcio ha origini politiche. I socialisti francesi, che già hanno i loro problemi, non vogliono fornire altri argomenti alla signora Le Pen (nuova invasione degli stranieri). E poi è abbastanza noto che i francesi, famosi predatori di aziende in terra altrui, quando si va in casa loro sono sempre molto nazionalisti.
Ma non si tratta di barriere commerciali: anche in Francia, come ovunque in Europa, si trova in commercio quasi qualsiasi prodotto straniero. Storia non diversa è quella della Opel in Germania, che è di proprietà dell’americana General Motors e che quest’ultima vuole vendere alla francese Peugeot. I tedeschi, dovrebbero essere indifferenti: americana o francese, la Opel sarebbe sempre "straniera". Invece Angela Merkel si sta occupando della cosa: vuole dimostrare che sta molto attenta a quello che può capitare ai lavoratori tedeschi.
Naturalmente, viste queste storie e i precedenti, anche il governo italiano alza un po’  la voce e dice che vuole reciprocità: il francese Vincent Bolloré è grande azionista di Mediobanca, di Telecom e pare voglia prendersi anche Mediaset. In teoria la reciprocità esiste e finora nessuno ha osato mettere degli stop veri e propri (che sarebbero anche contrari alle norme comunitarie).
La verità è che i politici, soprattutto sotto elezioni, amano fare un po’ di rumore e mostrarsi grandi difensori degli interessi nazionali. In realtà, tutti sanno benissimo che buona parte dell’industria alimentare (o della moda made in Italy) non sarebbe finita in mani francesi, se il capitalismo italiano fosse un po’ più forte. E i tentativi di ingresso, acquistando aziende, in Germania sono stati finora molto modesti, perché i tedeschi sono forti e si difendono; l’acquisizione della Continental da parte della Pirelli fu bloccata non dal governo, ma dai regolamenti societari.
Insomma, non esiste ancora un’Europa della barriere. Quello che esiste è il desiderio dei politici di accreditarsi come grandi difensori degli interessi nazionali. Ma alla fine, come sempre, a decidere sarà il mercato.
19.02.2017


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