Il panorama di guerra dopo il raid deciso da Trump
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Ecco le forze militari
sulla scena siriana
GUIDO OLIMPIO


Russia, Siria, Turchia: tre degli attori coinvolti nel conflitto. Non certo gli unici, visto che nella regione operano 3mila americani, iraniani, jihadisti stranieri e sciiti venuti da fuori. Mosaico imperfetto di una guerra dove si usa di tutto, dai residuati della seconda guerra mondiale ad armi proibite come i gas.
Mosca è intervenuta nella crisi per salvare il presidente siriano Assad ed allargare il proprio ruolo nello scacchiere. Dati ufficiosi sostengono che Putin ha schierato circa 4mila soldati regolari, ai quali si aggiungono i mercenari di alcune compagnie. Non pochi. Ad oggi sarebbero morti circa 20 soldati, numeri che però nascondono un’altra verità. Dovrebbero essere molti di più. Il contingente ha i suoi punti di forza nella base aerea vicino a Latakia, nel porto di Tartus (terminale della filiera di rifornimento bellico) e in una serie di postazioni dalle quali garantisce sostegno pieno al regime. Fondamentale l’azione dei cacciabombardieri, così come delle unità speciali, determinanti nelle fasi critiche della battaglia. Altrettanto importante il ruolo della flottiglia schierata al largo: alcune navi hanno lanciato missili da crociera, altre hanno contribuito a completare lo scudo anti-aereo integrato dai missili S 300 disseminati in alcune località. La potenza di fuoco russa - artiglieria, jet, sistemi missilistici - ha avuto un grande impatto. Prima ha respinto le offensive degli insorti, quindi ha devastato le loro linee in chiave offensiva.
Senza questo aiuto (e di migliaia di volontari organizzati dall’Iran) Assad sarebbe stato sconfitto. Con l’inizio della rivolta, nel 2011, interi reparti sono passati con gli oppositori mentre non pochi civili hanno evitato di indossare la divisa pagando bustarelle. L’esercito, con il tempo, si è trasformato in una serie di milizie, con un ruolino scarso o insufficiente. Solo poche entità, come i Falchi o la Guardia repubblicana, rappresentano una realtà militare degna di questo nome. Spesso agiscono in parallelo con gli Hezbollah libanesi e i pasdaran iraniani. La mancanza di uomini ha costretto Damasco a concentrarsi nei centri abitati lasciando porzioni di territorio al nemico e ai separatisti curdi.
Nell’arsenale del regime ci sono anche strumenti di morte terrificanti, come i gas al nervino. La Siria aveva sviluppato nel passato questa componente nel caso di un confronto con Israele e dunque era riuscita a fare ampie scorte. Nel 2013 è stata costretta a consegnare gran parte del materiale, ma l’intelligence occidentale aveva più volte avvisato sul fatto che i lealisti nascondessero componenti importanti. E stando alle accuse di questi giorni le hanno usate a Idlib contro civili inermi, storia che ha aperto un nuovo fronte con l’Occidente.
Nella mischia c’è poi la Turchia. Sostiene una parte della ribellione e cerca di impedire la nascita di uno stato curdo al confine sud. Di recente ha concluso un intervento nel nord della Siria contro lo Stato islamico per creare un’area di influenza: le sue unità non hanno brillato, anzi hanno sofferto perdite notevoli. L’ambizioso presidente Erdogan ha offerto agli Usa commandos, cannoni e blindati (insieme a nuclei di insorti) come task force da impiegare nell’assalto a Raqqa, la roccaforte siriana dell’Isis. Washington, però, preferisce usare la carta curda ed ha aperto 5 installazioni importanti in questa area. Quella che sembra una composizione geografica poco netta somiglia molto ad una spartizione del Paese.
09.04.2017


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