Le mosse sullo scacchiere all'ombra dei missili di Kim
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Il dialogo possibile
fra Corea e Usa
GUIDO OLIMPIO


Venti di guerra dopo la scambio di minacce fra Corea del Nord e Usa. Anzi, fra Donald Trump e Kim Jong-un. Nelle ultime ore, dopo le tensioni dei giorni scorsi, diversi leader mondiali si sono messi al lavoro per rasserenare gli animi. Compreso il presidente cinese Xi Jinping, che dopo una telefonata con Trump, ha detto che tutte le parti coinvolte dovrebbero "evitare retorica o azione tali da peggiorare le tensioni sulla penisola coreana". Tokyo, intanto, ha schierato i missili intercettori nel caso di azioni coreane.

È incredibile e sorprendente. Per mesi la situazione coreana è stata sottovalutata dalla diplomazia internazionale. Un po’ per la complessità e un po’ perché si pensava che i programmi del Nord non fossero così pericolosi. A partire dal febbraio-marzo 2017 il salto. Il confronto è diventato la Crisi per eccellenza, con timori sempre più ampi di un conflitto, gesti pericolosi e scambi verbali accesi. Finalmente ci si è accorti che l’arsenale costruito dal regime è una minaccia seria, con implicazioni globali, e non un semplice giocattolo da togliere dalle mani di un leader dipinto come un bimbo viziato e imprevedibile.
L’attuale fase è la sintesi di un lungo percorso. Donald Trump, nel fine settimana, ha dichiarato che le armi sono pronte all’uso. I russi hanno predicato moderazione. Il Nord, dopo aver evocato la sfida nucleare, ha annunciato il lancio imminente di missili terra-terra verso l’isola di Guam, avamposto strategico americano nel Pacifico. L’intenzione - almeno a livello ufficiale - è di fare precipitare gli ordigni ad una trentina di chilometri dal possibile obiettivo. Azione dimostrativa quanto si vuole ma che accresce la possibilità della reazione a catena. Il Pentagono dovrà decidere se abbozzare (favorendo il gioco nemico) o rispondere innescando chissà cosa. Il Giappone ha schierato le batterie anti missile. In un crescendo di dichiarazioni da una parte all’altra, Pyongyang e Washington hanno alzato i toni, con la "furia" di Trump e le "severe lezioni" che Kim vuole impartire agli avversari, l’ipotesi più volte evocata dagli Usa di uno strike preventivo. In mezzo, con radici profonde, la Cina. Arbitro e giocatore al tempo stesso.
Preoccupata dalla fuga in avanti dell’alleato nord coreano, incapace in apparenza di tenerlo a freno, stretta tra la necessità di fermare un’esplosione generale, i propri interessi regionali e la scarsa voglia di fare un favore agli Stati Uniti. È però interessante che nelle ultime ore Pechino, sia pure attraverso l’articolo di un giornale - il Global Times - abbia fatto sapere al giovane dittatore che se gli venisse l’idea di attaccare per primo potrebbe trovarsi da solo. In questo caso dobbiamo restare neutrali, ha avvertito il commentatore. Parole che segnalano nuovamente l’inquietudine legata ad alcuni punti chiave.
Primo. Kim ha fatto passi da gigante, il suo apparato è in grado di colpire le Hawaii, la costa pacifica degli Usa e quasi l’intero territorio americano. E, se sono vere le rivelazioni, ha anche perfezionato una mini-atomica con la quale armare i missili intercontinentali. Secondo. Al momento questo dispositivo non è negoziabile: il presidente "rosso" considera lo scudo sicuro. Bomba e vettori - è la sua convinzione - sono il miglior rimedio contro eventuali piani per rovesciarlo. Terzo. Le iniziative diplomatiche e le sanzioni non hanno fermato la marcia trionfale del Nord che ha dimostrato notevoli capacità tecnologiche. Gli esperti più attenti avevano invitato a non sottovalutare i progressi. Quarto. La frustrazione generale: nessuno ha la ricetta giusta. Da qui il continuo ripetere che tutte le opzioni - compresa quella di un blitz - sono sul tavolo. Ma sempre gli analisti sottolineano che il Nord potrebbe sempre reagire. In modo convenzionale con artiglieria e razzi causando danni enormi. Ma anche con un’arma strategica scampata al colpo di maglio iniziale.
Ecco dunque che al fianco dello scenario catastrofico - guerra totale - sta nascendo un secondo, pragmatico e condiviso da osservatori occidentali. Non pochi hanno detto in modo aperto: prendiamo atto che la Corea di Kim ha raggiunto il punto di non ritorno, riconosciamola come potenza regionale (dunque con tutte i suoi armamenti), non pretendiamo che rinunci in blocco a quanto costruito con tenacia. Da qui si dovrebbe partire per la trattativa. Soluzione sulla quale pesano diverse incognite. Non è chiaro dove si fermino le ambizioni della satrapia orientale. Altri - leggi Iran - potrebbero imitare questa strategia. Con rischi di una proliferazione nell’intero scacchiere.
A ben vedere, però, non c’è molta alternativa ad un negoziato. E incoraggia sapere, mentre tutti fanno rullare i tamburi, che americani e nord coreani avrebbe già attivato un canale di comunicazione separato e riservato. Hanno discusso di prigionieri - pare - e non di questioni belliche, però è come una piccola luce in una notte nera come la pece.
13.08.2017


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