I nuovi protagonisti della politica sudamericana
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Venezuala, Argentina...
democrazie precarie
LUIGI BONANATE


Ancora qualche tempo fa, Paesi come Brasile e Venezuela erano osservati speciali dal resto del mondo. Non tanto per i problemi politici che, a scadenze regolari, hanno spesso toccato il continente sudamericano, quanto per il potenziale sviluppo economico di due nazioni che erano destinate (sulla carta) a diventare punti di riferimento internazionale nella regione.
E, invece, il Venezuela del petrolio e il Brasile delle infinite opportunità si sono rapidamente trasformati in quanto di peggio il Sudamerica potesse proporre: corruzione, lotta per il potere, povertà dilagante, assenza di prospettive. Ancora in queste ore, le violenze sedate con la forza dal governo di Caracas tengono banco nell’attualità internazionale, mentre anche Paesi come l’Argentina s’interrogano sul futuro di quello che (ormai) fu il "Mercosur", l’alleanza commerciale sudamericana, che tanto ha fatto sperare in un vero sviluppo.
Povertà ed emarginazione sono letteralmente esplose anche nel Brasile post-Mondiali di calcio e post-Olimpiadi. Dove il sogno del rilancio nel dopo Lula è rimasto vittima della corruzione dilagante.

L’analisi

Quella che Nicolas Maduro sta difendendo in Venezuela con le unghie e i denti non è altro che l’ennesima dittatura tipica dell’America latina, sostanzialmente priva di grandi slanci ideologici, ma ricca di passione populistica, in salsa anti-imperialistica e quindi anti-americana. Ma Maduro sembra non altro, ormai, che il simbolo del disfacimento di un progetto durato decenni se non addirittura due secoli. Storia lunga, in effetti: nel 1823 il presidente americano Monroe enunciò e annunciò che l’America (meglio, le Americhe) era degli americani (del Nord, questa volta), tant’è vero che nella seconda metà del ventesimo secolo l’America latina diventò addirittura "il cortile di casa" degli Usa: basti pensare a Cuba che, fino al 1959, era stata la destinazione prediletta dei weekend degli statunitensi... ma poi arrivò Fidel Castro e la musica cambiò.
In che senso? Lungo tutti gli anni sessanta e la prima metà di quelli settanta in America latina si giocò la grande partita (ipotetica) della liberazione rivoluzionaria dei suoi diversi Stati dall’oppressione statunitense. I latino-americani sottoposero gli Stati Uniti a una dura prova, perché le istituzioni democratiche di questi ultimi non potevano consentire interventi, azioni militari, finanziamenti, per difendere quella serie di regimi autoritari che essi avevano contribuito a insediare. Due esempi soltanto, per rinfrescare la nostra memoria: la conquista violenta del potere da parte del generale Augusto Pinochet in Cile, che distrusse l’unico grande progetto di democrazia progressista nonviolenta e non-militare lanciato da Salvador Allende con il movimento di "Unidad popular"; il "golpe" operato dal generale Videla in Argentina nel 1976, che pose fine a quella specie di "democradura" (democrazia apparente ma sostanziale autoritarismo) che venne inventata per distinguerla dalla "dictablanda", che era invece la versione più vicina alla dittatura pura e semplice, come la conosciamo anche oggi (esempi della prima, la Russia; della seconda, la Turchia). Videla passa infatti alla storia come il mandante di alcune tra le più brutali violazioni dei diritti umani mai perpetrate: le migliaia di desaparecidos, molti dei quali furono lanciati nel vuoto dagli aerei che sorvolavano il mar del Plata.
Ma con la fine degli anni settanta e il declino della maggior parte delle dittature locali, "il cortile di casa" incominciò a trasformarsi in una specie di "giardino", dato che lo sviluppo economico e l’attenuazione della povertà (ancora un esempio: con l’elezione di Lula alla presidenza del Brasile in molti pensarono che finalmente l’era delle disuguaglianze sociali, delle favelas e della violenza endemica, fosse destinata a finire - ma purtroppo siamo stati poi delusi) parvero fare passi da gigante. Tra il 2009 e il 2014 si arrivò persino, in Uruguay, che era stato 50 anni prima il regno dei terroristi Tupamaros, alla presidenza di "Pepe" Mujica, che governò dalla sua casupola di campagna senza mettersi un centesimo in tasca né privilegiando alcun parente o amico! Lo stesso esperimento chiavista era stato accolto con sospetto ma condiscendenza: se il nuovo "socialismo latino-americano" era quello di Chavez, che giocava ben più le carte della popolarità di piazza e del populismo che non quelle dell’impegno anti-americano, oltre che rappresentare una delle più ricche fonti di futuro approvvigionamento petrolifero, ebbene, anche Chavez poteva essere accolto nel salotto buono, pardon, nel giardino di casa.
Ma il giocattolo della trasformazione latino-americana si è inceppato: Chavez è stato avvicendato da Maduro, che non ne ha assolutamente le caratteristiche popolari, e non ha saputo affrontare la crisi del prezzo del petrolio; Lula in Brasile, e poi la sua allieva Rousseff sono finiti entrambi sotto accusa e destituiti; l’Argentina zoppica tra una svalutazione e l’altra... La parola torna alla piazza, e alle opposizioni. La grande differenza dal passato è che gli Usa hanno da pensare ad altri cortili e ad altri giardini. La speranza è che intanto il Sud America riesca a produrre, oltre che grandi giocatori di calcio, anche qualche buon statista.

l.b.
03.09.2017


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