I punti caldi dell'autunno tra elezioni, referendum e missili
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Incognite geopolitiche
dalla Spagna alla Corea
LUIGI BONANATE, STEFANO VASTANO E GUIDO OLIMPIO


Un voto atteso, un voto invocato e negato e la minaccia del lancio di nuovi missili. Tre incognite, da Barcellona a Berlino sino a  Pyongyang, in Corea del Nord dove ieri, sabato, le tensioni sono tornate a salire dopo l’invio di bombardieri americani sul confine. Un messaggio, mentre il ministro degli Esteri nordcoreano replica parlando di “lancio di missili contro gli Usa sempre più inevitabile”. Un focolaio, quello coreano, dove oltre gli Usa anche la Cina, dunque le due maggiori potenze al mondo, gioca un ruolo importante. Ma con le incognite fa i conti anche la Catalogna delle spinte indipendentiste, che potrebbero accendere altri incendi in Europa. Incognite, che proseguono con le elezioni in Germania dove l’estrema destra potrebbe in futuro condizionare fortemente la politica di una Angela Merkel data ormai per vincitrice. Tre scenari differenti che tuttavia vanno letti nel loro complesso, perché avranno importanti conseguenze per tutti. E non solo per tre Paesi.


In Spagna
I catalani verso il voto dell’“alto tradimento”
Persino durante la guerra civile che sconvolse la Spagna tra il 1936 e il 1939, la Catalogna condusse contro l’avanzata fascista una sua battaglia particolare, caratterizzata da una intensità ideologica più anarcoide che socialista, che non è diversa dall’atteggiamento separatista che oggi l’assale. Andando più indietro, però, dovremmo riconoscere alla Spagna un’identità unitaria che risale addirittura al XVI secolo e a quel "siglo de oro" che la vide tra i dominatori dell’Europa.
Ma se oggi la Catalogna riuscisse a staccarsi dalla madre-patria, per la Spagna sarebbe un giorno terribile e foriero di sventure. In primo luogo, la vittoria dei separatisti non potrebbe essere accettata dal governo centrale, provocando una "ribellione" o una "insurrezione" dei catalani di grande pericolosità: una novella "guerra civil"? E se, al contrario, i catalani non ottenessero nulla, andrebbero incontro alla dura repressione di uno Stato centrale che considererebbe i separatisti dei traditori che attentano all’integrità dello Stato: la Costituzione spagnola dichiara la Spagna, così com’è nel 1978, composta indissolubilmente da tutto il suo territorio storico. Abolire questo principio equivarrebbe a negare l’autenticità della Spagna, che non sarebbe più la stessa. E ciò nuocerebbe anche ai catalani (nonché all’Europa).

Luigi Bonanate


In Germania
Quell’estrema destra sarà la spina nel fianco
Anche dopo il 24 settembre nel cielo sopra Berlino l’astro fisso resterà lei, Angela Merkel. Per il resto, difficile prevedere quale costellazione governerà il Bundestag sino al 2021. Dopo la seconda "Grosse Koalition" con la Spd, alla Cdu della Merkel non dispiacerebbe un ritorno al potere della Fdp. Ma oggi i liberali di Christian Lindner non superano il 9 per cento dei voti, troppo pochi per assicurare alla Kanzlerin una maggioranza stabile per il suo quarto mandato. Non escluso invece che sia Cem Özdemir a riportare i Verdi al governo, ad esempio in una "Jamaika-Koalition" con i suoi Grünen, i liberali e la Cdu. I numeri l’esotico "triangolo" li avrebbe e, a livello regionale, i Verdi hanno già formato salde amministrazioni con la Cdu. Molto più problematico e astioso invece il rapporto tra i due partner minori. Sicché tutto dipende dai voti della Spd di Martin Schulz: se otterrà almeno quel 25,7 raggiunto dai socialdemocratici nel 2013, più che probabile che sopra Berlino si leverà inevitabilmente la terza "Gro-Ko". Certo, sarebbe l’apoteosi della "noia" tipica dell’era Merkel. Ma tutte le altre ipotesi di governo saranno comunque complesse, e incerte. Senza contare la variabile AfD, il partito d’estrema destra che viaggia sul 12 per cento dei consensi. E che nei prossimi quattro anni renderà alla Kanzlerin più spinosa la vita nel Bundestag.

Stefano Vastano da Berlino


In Corea
Confidando nella Cina per evitare l’irreparabile
Kim Jong-un definisce Trump "un ritardato", il presidente risponde dandogli del "pazzo". Scattano nuove sanzioni mentre il regime non esclude di far esplodere un ordigno nucleare sul Pacifico. Assistiamo ad una escalation progressiva, fatta di tante parole, ma anche gesti. Rischiosi.
Gli esperti, anche quelli più cauti, sono convinti che la Corea del Nord proseguirà comunque con i suoi test: l’obiettivo è quello di dimostrare di avere una capacità strategica totale. Ossia di essere in grado di minacciare i nemici con un arsenale variegato, dai missili su lanciatore a quelli piazzati a bordo di sommergibili. Poi vedrà cosa fare, se accettare o meno qualche forma di negoziato che però non può togliere al regime i risultati conseguiti.
Gli Stati Uniti, per ora, non hanno alcuna voglia di uno scontro militare, la precedenza va alla diplomazia, confidano nella Cina. A patto che porti a qualcosa, perché altrimenti non solo perdono la faccia ma anche il potere di deterrenza. Infatti i nordcoreani si divertono a irridere The Donald sostenendo che è un "cane che abbaia".
Il vero pericolo è quello dell’errore di calcolo, da entrambe le parti. Si è convinti che ci sia sempre il modo di evitare un conflitto, di fermarsi prima dell’abisso. Invece avviene l’irreparabile.

Guido Olimpio
24.09.2017


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