La cacciata di Isis da Raqqa non scongiura nuove tensioni
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L'agonia del Califfato
non esclude attacchi
GUIDO OLIMPIO


Dopo aver perso Mosul, in Iraq, l’Isis è stato cacciato dalla seconda roccaforte, Raqqa, in Siria. Luogo simbolico dove sono avvenute esecuzioni d’ostaggi e i militanti avevano comandi per dirigere attentati in Occidente.
In pochi mesi il Califfato ha subito perdite consistenti: il suo territorio è diminuito dell’87%, i suoi introiti legati al traffico del petrolio sono scesi del 90%, circa 6 milioni di essere umani non vivono più sotto la bandiera nera. Crollata la produzione di propaganda. Le stime statunitensi sostengono che la fazione può contare nel quadrante Siria-Iraq una forza che oscilla tra il 6500 e i 10 mila uomini in armi, più i simpatizzanti, difficili da quantificare in quanto il supporto è variabile e soggetto a fasi contingenti.
Mese dopo mese i mujaheddin hanno dovuto sostenere una serie di offensive. Usa e curdi nel nord della Siria, milizie sciite e regolari iracheni appoggiati da Iran e Stati Uniti in Iraq, russi e regime di Assad nel nord del Paese: tre assi di attacco che non potevano non incidere. Centinaia di combattenti hanno perso la vita, altrettanti sono stati costretti ad arrendersi, molti i dirigenti eliminati da azioni mirate o dai bombardamenti devastanti (anche per i civili) che si sono abbattuti sulle loro posizioni.
Ora i vertici di Daesh, con al seguito famiglie e unità, si stanno riposizionando nella valle dell’Eufrate, cercano nascondigli nel deserto, usano strade remote per spostarsi e riorganizzarsi. Non è facile quando si è sotto pressione, con il rischio costante di essere inceneriti da un missile. Però si sono preparati sul piano emotivo e pratico. Da tempo i quadri hanno esaltato non solo la cultura del martirio - unque va messa in conto la morte - ma anche quella della "sconfitta". I momenti dove tutto sembra perduto diventano il punto di partenza per rilanciare la sfida.
Gli analisti si aspettano che l’Isis torni all’antico puntando sulla guerriglia, su tattiche mordi e fuggi, su missioni affidate a nuclei rimasti in retroguardia oppure nascosti nelle città abbandonate. Lo si è visto in queste settimane. Parevano sull’orlo del collasso e sono stati capaci di sorprendere i lealisti siriani con incursioni a lungo raggio.
Altri militanti cercheranno di raggiungere aree lontane dove rilanciare la lotta: la Libia meridionale, il Sinai, il Pakistan, ovunque ci sia un’opportunità. Altri ancora potrebbero infiltrarsi di nuovo in Europa, anche se i controlli sono serrati e l’Interpol ha creato un grande database di informazioni. Il pericolo di attacchi è messo nel conto: perché è una minaccia concreta, ma anche per mettere le mani avanti.
L’agonia jihadista non deve far dimenticare un punto. Lo Stato Islamico non è la testa ma la coda del problema. Ci sono istanze, tensioni religiose ed etniche, contrasti regionali tra sunniti e sciiti che forniscono munizioni agli estremisti. Il nazionalismo iracheno, l’espansionismo iraniano, le sponde di alcuni attori del Golfo contribuiranno, su piani separati, a tenere vive le tensioni. Prima al Qaeda e poi i seguaci di al Baghdadi sono stati lesti nello sfruttare gli errori degli avversari. Lo faranno di nuovo. Basta guardare a cosa sta accadendo: Bagdad che muove i tank verso il Kurdistan, i turchi che entrano in Siria pronti a martellare altri curdi. Tutti membri della stessa coalizione che non hanno perso tempo ad anteporre la loro agenda particolare a quella del contrasto all’Isis. Non è un bel segnale.
22.10.2017


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