Sui Paesi europei la minaccia dei combattenti di ritorno
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La bomba a tempo
dei reduci dell'Isis
GUIDO OLIMPIO


Nella guerra ai jihadisti - da al Qaeda a Isis - si è cercato di fare pochi prigionieri. Obama, che aveva ereditato il fardello del campo di Guantanamo, ha dato carta bianca a forze speciali e droni: sono stati loro a occuparsi, in modo drastico, del nemico. Eliminandolo. Scelta adottata anche da altri Paesi, come Russia, Gran Bretagna e Francia. Per mesi unità scelte francesi hanno condotto la caccia per "liquidare" i militanti nella zona orientale della Siria, a volte in coordinamento con gli Usa. Pochi giorni fa hanno ucciso Fabien Clain, una delle voci del movimento, il terrorista che aveva rivendicato il massacro del Bataclan del 2015. Altri estremisti sono stati catturati dai guerriglieri curdi ed sono diventati un problema: tra gli 800 e 1.000 detenuti da gestire.
Il presidente Donald Trump ha chiesto ai partner europei di riprendersi i "clienti", ossia i cittadini Ue che hanno aderito al Califfato e sono stati arrestati dai curdi. Una piccola parte di quei 5 mila volontari partiti dall’Europa per il Medio Oriente negli ultimi anni, un segmento dei 40 mila (o forse più) giunti da 80 Paesi. La pressione statunitense, tuttavia, ha incontrato molte resistenze vista la delicatezza del dossier.
Parigi - che ha censito circa 1.900 combattenti giunti in Siria-Iraq - ha detto di essere pronta a rimpatriarne 130. Una cifra che va scomposta: il 75% è rappresentato da donne e bambini, familiari dei mujaheddin. Ora l’impegno dell’Eliseo deve essere confermato, sulla scelta pesano molti dubbi. Gli stessi degli alleati.
Il primo interrogativo è rappresentato dalle eventuali prove a carico dei detenuti. Non è agevole dimostrare la loro colpevolezza, non per tutti ci sono documenti, video, testimonianze sufficienti. Dunque possono finire davanti ad un tribunale, però non è detto che la condanna sia lunga. Quindi c’è il secondo aspetto: i "reduci" sono delle bombe a tempo. In prigione possono fare proselitismo e sappiamo che le celle sono il principale luogo di reclutamento. Inoltre costringono le forze di sicurezza ad un lavoro supplementare di controllo con risorse limitate. Quanti attentati sono stati compiuti nelle città europee da persone note alla polizia, ma comunque in grado di passare sotto il radar per la semplice ragione che sono troppi coloro da tener d’occhio?
E cosa facciamo di donne e minori? Non è una categoria omogenea. Alcuni hanno solo seguito il familiare, non hanno partecipato a gesti violenti, sono in qualche modo delle vittime. Altri invece sono stati coinvolti direttamente in omicidi o torture. Complesso trovare strutture e denaro per trattare casi così diversi. Quale governo è pronto a sfidare l’opinione pubblica con percorsi ad hoc per recuperare "la moglie di un killer"? Però una risposta va trovata. Il Belgio ha suggerito, ad esempio, la creazione di un tribunale internazionale lasciando però che i guerriglieri restino in centri di detenzione in Medio Oriente.
Si è così finiti in un imbuto legale e morale dove l’Unione europea spera che alla fine sia i curdi siriani - nel frattempo quasi abbandonati al loro destino - a occuparsene, anche se non è detto che abbiamo i mezzi adatti per farlo. In alternativa si è ipotizzato un trasferimento di prigionieri in Iraq. E questo mentre ci si chiede quanto sia ancora profonda la capacità strategica dello Stato Islamico dopo la perdita delle basi strategiche in Siria. I pragmatici invitano ad aspettare a dare giudizi conclusivi, il nemico non è mai spacciato e può sfruttare ogni cosa per tornare.
24.02.2019


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