Dopo gli scontri a Barcellona si cerca un accordo
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Le prove di dialogo
nella Catalogna divisa
R. C.


"Nessuna forma di violenza ci rappresenta e rappresenta l’esercizio della democrazia e della libertà". Dopo gli scontri, dopo le barricate, dopo i feriti, dopo gli arresti, il presidente della Catalogna Quim Torra, prova a raffreddare gli animi in una Barcellona incandescente che il 19 ottobre si è risvegliata con strade e piazze devastate, un campo di battaglia.
Torra ha parlato accompagnato dai sindaci di Tarragona, Girona e Lleida (non c’era il sindaco di Barcellona, &zeroWidthSpace;&zeroWidthSpace;Ada Colau), e dal suo vice, Pere Aragonès, insistendo sulla necessità di avviare un dialogo con il governo. Ma tenendo tuttavia la barra dritta sulle richieste catalane. "La causa della libertà - ha aggiunto - è inarrestabile e arriveremo sino a dove il popolo della Catalogna vorrà arrivare". Dalla sede della Generalitat ha quindi sollecitato il premier, il socialista Pedro Sanchez, "perché fissi giorno e ora per aprire un tavolo di negoziati senza condizioni". Il governo ha risposto alla chiamata al dialogo di Torra, chiedendogli preliminarmente di "condannare categoricamente la violenza". L’esecutivo ha poi ribadito d’essere "sempre stato a favore del dialogo all’interno della legge".
Concetti ripetuti anche dal ministro dell’Interno, Fernando Grande-Marlaska, che dopo essere andato a far visita agli agenti feriti a Barcellona ha avvertito che contro l’indipendentismo violento il codice penale sarà applicato "con la massima determinazione". E ha aggiunto che "il presidente Torra deve rasserenare gli animi perché in Catalogna esiste un problema di convivenza".
Ma intanto le manifestazioni sono continuate. E non soltanto a Barcellona. La polizia ha reso noto il bilancio di quanto accaduto venerdì, quando oltre mezzo milione di persone (gli organizzatori hanno parlato di 750.000 partecipanti) sono scese in piazza per la quinta volta in pochi giorni. Il numero dei feriti registrati negli ospedali è salito 182 mentre gli arresti, per reati vari e dopo sette ore di scontri, sono stati 54.  A Barcellona la polizia per bloccare le violenze per la prima volta dall’inizio della rivolta, scattata dopo le condanne dei leader indipendentisti decise dalla Corte suprema, ha usato un camion idrante.
Ora, al di là delle manifestazioni, la Spagna riflette sulla crisi della Catalogna. Una crisi che per ora non sembra trovare vie d’uscita. In particolare dopo che il 14 ottobre la Corte suprema di Madrid ha condannato i leader indipendentisti catalani. Tutti ritenuti colpevoli di aver tentato di sovvertire l’ordine pubblico nazionale con il referendum sulla secessione organizzato nell’ottobre del 2017 quando venne proclamata la Repubblica indipendente di Catalogna nell’Assemblea regionale. Per molti oggi l’unica soluzione è quella di andare verso una profonda modifica in senso federale della Costituzione. Una ipotesi che tuttavia i conservatori e il centrodestra hanno già bocciato mentre i socialisti mostrano forti dubbi. La situazione è piuttosto ingarbugliata anche perché il fronte catalano è diviso tra chi chiede - come Torra e Unidas Podemos - un nuovo referendum in tempi brevi e chi invece vuole cavalcare la piazza per poi capitalizzare la protesta alle elezioni di novembre in termini di voti.
r.c.
20.10.2019


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