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La storia dei "numeri 2" per le presidenziali
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Avventure e disavventure
dei vice presidenti usa
ALESSANDRA BALDINI DA NEW YORK


"In questo sono niente, ma potrei essere tutto". Così scrisse alla moglie Abigail il primo vicepresidente degli Stati Uniti John Adams. I padri fondatori della neonata nazione avevano delineato la carica del numero due della Casa Bianca come largamente cerimoniale, una ciambella di salvataggio da usare in caso di morte o di incapacità del presidente: "A un battito di cuore dall'Ufficio Ovale". Da allora è successo solo nove volte (una di queste quando Gerald Ford subentrò al dimissionario Richard Nixon). Meno frequenti i casi in cui il numero due viene eletto alla presidenza dopo i due mandati del "boss": dei 48 vice-presidenti nella storia Usa solo quattro e un ex vice (Nixon) sono stati eletti presidenti senza essere stati prima chiamati ad essere presidente per morte o dimissioni del predecessore. Una statistica che non augura bene all’attuale candidato Dem Joe Biden, ex vice di Barack Obama.
Nella visione di George Washington, Thomas Jefferson e Benjamin Franklin, il vicepresidente avrebbe dovuto essere una figura priva di reali poteri, se non quello che, nella polarizzazione degli ultimi anni si è rivelato sempre piu importante, di esprimere, in quanto presidente del Senato, il voto decisivo in caso di parità. Spesso oggetto di scherno e con ragione, inviato dalla Casa Bianca a matrimoni o funerali: se ben pochi dei vice presidenti si ricordano per qualcosa di rimarchevole è anche perché difficilmente l'aspirante presidente accettava di mettersi accanto individui di grande personalità che ne potevano oscurare la fama.
Le cose cominciarono a cambiare quando nel 1832 Andrew Jackson - il più ammirato di Donald Trump - scelse personalmente il suo stratega, Martin Van Buren, come numero due e si affidò spesso al suo consiglio. Ma si deve arrivare al 1864 per trovare un altro presidente che, come è consuetudine oggi, seleziona il suo vice: Abraham Lincoln scaricò Hannibal Hamlin che aveva servito nel primo mandato a favore di Andrew Johnson, un democratico, per rafforzare le sue chance di rielezione.
Non capita spesso d’altra parte che un vice sia messo alla porta: nel 1972 si scoprì che il senatore Thomas Eagleton scelto dal democratico George McGovern aveva avuto problemi mentali e fu la fine della storia. Quattro anni dopo Jimmy Carter, non volendo rischiare un bis, mise sotto torchio gli aspiranti a vice e ne intervistò personalmente sei o sette prima di optare per Walter Mondale grazie alla "chemistry" personale e alla esperienza del senatore del Minnesota a Capitol Hill. Mondale fu il primo ad avere un ufficio nella West Wing e totale accesso all’Oval Office come primo consigliere e alleato del presidente: un modello seguito da Bill Clinton con Al Gore (prima della rottura su Monica Levinski), George W. Bush con Dick Cheney e Obama con Biden. Cheney, scelto da George W. Bush per gli anni passati nelle stanze dei bottoni a complemento della percepita inesperienza del numero uno, fu il più potente di tutti: vera e propria eminenza grigia, artefice dietro le quinte della guerra in Iraq, fu anche il teorico di una espansione dei poteri dell’esecutivo cavalcata negli ultimi quattro anni dal presidente Trump.
Ma oggi, come si sceglie un "running mate"? Vari fattori sono in gioco, geografici innazitutto, al di là del feeling personale tra candidati così ben espresso dal rapporto tra i baby-boomer Clinton-Gore (prima di Monica Lewinski) o nella coppia Obama-Biden. Più di recente il genere ha avuto una parte: prima ancora che Biden cooptasse Kamala Harris, Mondale nominò a sua vice Geraldine Ferraro mentre John McCaine chiamò Sarah Palin pur avendola incontrata solo una volta: non fu una scelta felice. Gioca anche la religione. Hillary Clinton, metodista, scelse il cattolico Tim Kaine ma anche in quel caso non fu abbastanza.
10.10.2020


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