Sedici emendamenti di Pronzini per chi indagherà su Argo
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"Scegliere i commissari
spetta al parlamento"
STEFANO PIANCA


Giorgio Galusero, Claudio Franscella, Carlo Lepori, Tiziano Galeazzi, Michela Delcò Petralli, Michele Foletti... È la prevista squadra messa in campo dai gruppi parlamentari per indagare sul caso Argo. Sei nomi proposti da sei partiti e inseriti nel decreto esecutivo su cui domani, 6 novembre, il Gran consiglio dibatterà. Ma il sestetto, prendere o lasciare, lascia molto perplesso, per non dire contrariato il deputato mps Matteo Pronzini. A far discutere non è tanto la presenza di Galeazzi, fortemente voluto dal suo partito nonostante risulti tuttora indagato in Italia nell’ambito dell’inchiesta "Pecunia Olet".
No, a traballare, secondo Pronzini, è l’architettura stessa della Commissione parlamentare d’inchiesta (Cpi) così come concepita dalle forze politiche. In particolare il deputato mps  contesta il metodo d’elezione in blocco dei commissari (senza procedere per votazione sui singoli),  il loro numero pari (dunque non ottimale se si dovesse decidere a maggioranza) e il campo d’indagine troppo ristretto concesso dal mandato. "Lo spirito di una Commissione d’inchiesta è decisamente diverso da quello delle normali commissioni. Bisogna rompere la logica di voler inserire rappresentanti di tutti i partiti e scegliere invece i commissari per compenza" dice Pronzini al Caffè.
Da qui una pioggia di emendamenti, sedici, su cui il parlamento sarà chiamato a pronunciarsi. In particolare contestato è il perimetro, il solo caso Argo, su cui la Cpi dovrà far luce. L’emendamento 1 chiede invece di estendere il mandato, sostituendo nel decreto il riferimento "al caso legato" al settore dell’asilo, con la più ampia indicazione "alla gestione del settore dell’asilo". Non basta insomma, per Pronzini, focalizzarsi solo sull’ambito della sicurezza, affidato ad Argo, ma va indagato anche l’operato degli altri attori coinvolti nella gestione di quello che è stato ribattezzato il "business" dei profughi. Dunque i mandati, anch’essi diretti e non passati dal governo, per vitto, alloggio e pulizia (da qui l’aggiunta, emendamento 2, della specificazione "altre commesse").
Ma l’aspetto su cui ci sarà battaglia sarà, naturalmente, quello dei nomi da inserire nella Cpi. Per Pronzini è pacifico che una votazione del decreto in modo palese con già tutti i nomi indicati dai gruppi sia contraria alla legge. E in particolare  agli articoli 39 e seguenti della Legge sul Gran consiglio. Secondo l’emendamento 16 "occorre procedere a una formale elezione, a scrutinio segreto, dei singoli membri e del presidente" e ciò indipendentemente dal numero dei candidati per rapporto ai posti disponibili. Che in teoria sarebbero 6. Un numero pari che Pronzini boccia. Da qui la sua proposta (emendamento 15) di "una riduzione del numero di membri a 5. Un numero dispari garantirebbe maggiore democrazia nel gremio, evitando di conferire al presidente la facoltà di decidere in caso di parità di voti".
05.11.2017


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