L'analisi
Goffaggine di Cassis
soltanto apparente
CHANTAL TAUXE


Le reputazioni si sciolgono ancora più velocemente dei ghiacciai. Qualche mese fa, giornali e tv svizzeri erano soddisfatti e sottolineavano il fatto che Ignazio Cassis parlasse più spesso e più chiaramente del suo predecessore in politica estera, Didier Burkhalter. Apriti cielo, un mese dopo lo scenario è cambiato ed è stato rimproverato a Cassis di aver parlato troppo. Sulla gestione dei rifugiati palestinesi o sulle misure di accompagnamento. Poi ha anche sostenuto l’esportazione di armi verso i Paesi in guerra (con almeno altri tre consiglieri federali) e corretto una relazione dell’amministrazione sullo sviluppo sostenibile. Così le critiche sono aumentate. Il ticinese, è stato detto, sarebbe ancora in una fase di apprendimento, non avrebbe la sensibilità del ruolo che ricopre, e la sua carriera professionale e parlamentare in questo non l’avrebbe aiutato.
Di solito ai diplomatici basta poco per dire che un consigliere federale fa i capricci. Da Pierre Aubert a Ignazio Cassis, passando per Micheline Calmy-Rey, la critica al dilettantismo è una prerogativa di questa funzione ministeriale. Per i professionisti del trading che misurano attentamente ciascuna delle parole pubbliche, un politico, chiunque sia e qualunque cosa dica, parla sempre troppo. Le dichiarazioni sugli aiuti dell’agenzia delle Nazioni Unite ai profughi palestinesi e sul sogno irrealistico di un loro ritorno in Palestina, hanno fatto scalpore. Queste osservazioni sono state riformulate dal Consiglio federale. Potrebbero mettere a repentaglio la candidatura svizzera al Consiglio di sicurezza dell’Onu, prevista per il 2022. Ma è forse in questo frangente che si deve cercare la causa del candore del ministro. Dietro il "siluro" all’Onu di Cassis potrebbe esserci un suo impegno, garantito prima della sua elezione, con l’Udc, che è contraria alla partecipazione della Svizzera ai forum internazionali.
Per quanto riguarda la politica europea, beh, in quest’ambito è come muoversi dentro una boutique di porcellana: sposti goffamente una tazza e rischi di far danni. Siamo nella fase finale della negoziazione tecnica dell’accordo quadro con l’Unione europea, dove i mandati negoziali devono essere interpretati come estendibili, simili alla maglia di un difensore tirata durante i Mondiali di calcio. Bisogna ottenere un risultato a qualsiasi prezzo.
L’uscita di Ignazio Cassis sulla regola degli 8 giorni che ha scatenato l’ira della sinistra e dei sindacati non è una provocazione. Il radicale liberale così ha preso due piccioni con una fava. Ha fatto notare all’Ue che il margine di manovra per facilitare il sistema era limitato. E ha messo in guardia gli svizzeri spiegando che nell’era delle applicazioni digitali, è possibile rendere più veloci gli accordi per i lavoratori distaccati. L’imbarazzo è solo apparente. Se la sinistra protesta così ardentemente, è nella speranza di negoziare un risarcimento a un suo futuro riallineamento. Da entrambe le parti su queste "turbolenze" c’è quindi molto teatro e tattica.
24.06.2018


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