Il voto di maggio e la minaccia sovranista a Bruxelles
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L'Europa a un bivio
tra crescita e crollo


In Italia
La martellante campagna rafforza il vicepremier leghista
Le "avances" di Salvini e i dubbi di Di Maio sull’ipotesi gruppone
Francesco Anfossi da Roma

In Italia la campagna elettorale per le europee è iniziata il giorno dopo le elezioni politiche del 4 marzo 2018. I proclami, gli slogan, le azioni "esemplari" del Governo sovranista e populista presieduto dal premier Conte, come il sequestro della nave della Guardia costiera italiana "Diciotti" bloccata per giorni nel porto di Catania con il suo carico di naufraghi per ordine del Governo, si sono susseguite per tutto il corso del 2018 proseguendo anche quest’anno. Protagonista di questa campagna è stato senza dubbio il vicepremier e ministro degli Interni, Matteo Salvini. La sua martellante campagna xenofoba ha portato i suoi frutti: la Lega, di cui è segretario, è prima al 32,4% nelle intenzioni di voto. Secondo il Movimento Cinque Stelle fondato da Beppe Grillo, al 25,7%. Terzo, con il 17,3%, il Partito democratico di Matteo Renzi, la cui immagine politica è in fortissimo declino anche per via dell’arresto per bancarotta fraudolenta dei genitori. Forza Italia, la creatura di Silvio Berlusconi, è all’8,7% mentre la formazione di destra Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni al 4,4%.
Salvini è pronto a proporre al Movimento Cinque Stelle di presentarsi nello stesso gruppo alle elezioni europee. "Tra me e Luigi è una storia destinata a non finire mai", ha detto recentemente. L’obiettivo di Salvini è probabilmente portare i Cinque Stelle nel gruppone dei sovranisti al quale intende dar vita con Marine Le Pen, con i polacchi di Jarosław Kaczyński e tanti altri. Di Maio, l’altro vicepremier del Governo, leader dei grillini, è assalito dai dubbi. Allearsi anche in Europa con Salvini spaccherebbe il Movimento, ma avrebbe il vantaggio di evitargli l’isolamento nel quale si è cacciato in Europa. Il problema è che la Lega sta fagocitando i voti dei Cinque Stelle e allontanando l’anima di sinistra del Movimento, che pure esiste e che vorrebbe allearsi con il Pd di Zingaretti appena eletto leader.


In Germania
Il malcontento è più diffuso tra i disoccupati e i precari
Cdu sempre in testa ma a trionfare saranno i Verdi e i nazionalisti
Stefano Vastano da Berlino

Secondo una recente analisi dell’istituto Policy Matters, per la maggiorparte dei tedeschi l’Ue è "eine gute Sache": il 56% degli interpellati ritiene cioè l’Europa dei 27 "una buona cosa". Fra disoccupati e precari tedeschi però solo il 24% si aspetta vantaggi da Bruxelles, e il 37% vede nelle istituzioni Ue "una cosa negativa". Pochi dati, ma bastano per farci grosso modo intuire come i tedeschi voteranno alle europee del 26 maggio. La parte del leone spetterà a Manfred Weber, attuale vice-presidente della Csu bavarese che, alle europee, sarà il candidato di punta anche della Cdu della cancelliera Merkel. "Più stabilità e sicurezza - dice Weber - sono i temi principali con cui mi candido a diventare presidente della Commissione europea".
I sondaggi vedono Weber e la Cdu/Csu sul 30% dei voti, sono il 5 in meno delle europee del 2014, ma pur sempre in testa. Per Katarina Barley, ex ministro della Giustizia a Berlino e candidata di punta della Spd alle europee, l’importante è "un salario minimo e un’assicurazione sociale europea". La Spd e la Barley puntano tutto "su una Europa più sociale" ma i sondaggi prevedono il peggio dal 27,5% del 2014 crolleranno al 16%.
Se per la Spd le europee saranno una Caporetto, per i Grünen un trionfo. Guidati dal Duo Ska Keller e Sven Giegold, i Verdi - al grido di "vogliamo fare di queste europee una elezione sul Clima!" - si preparano a superare la Spd raccogliendo oltre il 18% dei voti. "Non permetteremo - ripete Ska Keller - che i nazionalisti distruggano l’Ue". Eppure sarà questo il dato più scioccante delle europee tedesche: l’estrema destra di Afd che raggiungerà il 10%. Ottenendo sempre più consensi con la prospettiva del "Dexit", la fuoriuscita della Germania dalla Ue e il ritorno al marco; più controlli alle frontiere e stop ai migranti.


In Spagna
Occhi puntati dapprima sulle politiche del 28 aprile
Tutto lascia prevedere un’irruzione xenofoba anche all’eurovoto
Giuseppe Grosso da Madrid

Il 26 maggio sarà una super giornata elettorale per gli spagnoli, chiamati a votare non sono per le europee ma anche per le regionali e le comunali. Mentre le politiche, convocate in seguito alla bocciatura della finanziaria del governo socialista di Pedro Sánchez, sono state fissate, alla fine, per il 28 di aprile.
Occhi puntati, dunque, sulle consultazioni nazionali, con le europee relegate al margine del dibattito e subordinate al responso delle urne nazionali, che dovrebbe anticipare, in buona misura, l’esito dell’eurovoto. Ovvero, l’irruzione della destra xenofoba rappresentata da Vox (una specie di Front National alla spagnola con possibilità di governo in caso di triplice alleanza con Pp e Ciudadanos); contrazione, secondo la tendenza generale, dei grandi partiti europeisti (i Socialisti e i Popolari), e consolidazione delle nuove alternative politiche di destra (i liberali di Ciudadanos) e di sinistra (Podemos).
Gli spagnoli eleggeranno 59 eurodeputati, 5 in più rispetto alle scorse elezioni; secondo i sondaggi, 16 saranno socialisti e 15 del Partito popolare, che resterebbero le prime forze politiche anche sullo scenario europeo, mancando tuttavia, per la prima volta, il traguardo psicologico del 50% dei voti (i pronostici danno il 25,4% al Psoe e il 23,5 al Pp). La terza posizione dovrebbe conquistarla Ciudadanos - spin off del Partito popolare con un discorso più liberale in materia economica e un po’ meno stantio nell’ambito dei diritti civili - con 12 scanni e quasi il 18% di consensi, seguito da Podemos e la galassia di sigle ecologiste e anticapitaliste (9 seggi; 14%). Al quinto posto Vox, il partito di estrema destra nato nel 2013 incendiando il dibattito pubblico con un discorso neofranchista, analogo nella sostanza a quello di Salvini e Le Pen.


In Francia
La rivolta sociale ha scompigliato le carte in tavola
Le Pen al primo posto ma la grande incognita sono i "gilets jaunes"
Luisa Pace da Parigi

La Francia si avvicina alle elezioni europee in ordine sparso. Il Governo sta cercando di trovare una via d’uscita alla rivolta dei "gilets jaunes". Una rivolta lungi dall’essere omogenea poiché il movimento continua a non trovare punti di convergenza anche se vorrebbe creare una o più liste per le europee. A queste divisioni vengono ad aggiungersi le infiltrazioni estremiste che stanno adombrando le richieste sociali.
Una soluzione alle manifestazioni del sabato darebbe una spinta ai macronisti di La Republique en Marche che, secondo i recenti sondaggi, sembrerebbe in buona posizione ma LaRm deve fare i conti con il Rassemblement National di Marine Le Pen. Il Rn è al 22% delle intenzioni di voto contro il 20% per la coppia composta da LaRM e dai centristi del MoDem. Questo secondo un sondaggio OpinionWay/Tilder.
Marine Le Pen gioca al recupero dei "veri gilets jaunes" - così sono definiti i non violenti - e li ha congratulati per "il successo del movimento" che sostiene dall’inizio, così come il suo antagonista Jean-Luc Mélénchon de la France Insoumise. Mélénchon al quale il settimanale L’Obs ha dedicato una decina di pagine "Mélénchon le révolutionnaire imaginaire" con tanto di ritratto alla Robespierre. Insomma, i gilets jaunes, ribaltando le regole repubblicane, non facilitano una classica campagna elettorale che rischia di essere contraddistinta dall’astensione.
Per ora, l’unica presa di posizione politica realistica è l’intenzione della destra moderata di volersi alleare a Macron. Il conservatore Alain Juppé, che ha appena lasciato il suo posto di sindaco di Bordeaux per assumere la direzione della Corte Costituzionale, non ha mai nascosto il suo sostegno alla maggioranza per le europee. Le manovre sono in corso.


Nel Regno Unito
Il rinvio dell’uscita potrebbe giovare agli euroscettici
Il dilemma della Brexit e il possibile paradosso di un voto da partente
Alessandro Carlini da Londra

Nello scenario già caotico della Brexit si aggiunge una ulteriore incognita: le elezioni europee di maggio. La premier britannica Theresa May è stata chiara in proposito, affermando e ribadendo che il Regno Unito uscirà dall’Ue, come previsto, il 29 marzo, e quindi i suoi eurodeputati faranno le valigie, torneranno in patria e altri non dovranno essere rieletti al loro posto. Ma nella situazione sempre più convulsa in cui Londra si ritrova, e con la spada di Damocle del "no deal" sulla testa dei sudditi di sua maestà, tutto è ancora possibile, soprattutto se si considerano gli appelli arrivati da più parti nel Paese per un rinvio dell’addio all’Unione.
Lo stesso presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha aperto alla possibilità che la Gran Bretagna alla fine chieda una proroga e partecipi comunque alla tornata elettorale. Ipotesi da lui stessa definita "difficile da immaginare" e uno "scherzo della storia" ma che resta fra le opzioni. Tutto questo avrebbe delle ripercussioni sulle europee. Attualmente la Gran Bretagna ha 73 membri nel Parlamento di Strasburgo. È previsto che la Eurocamera col divorzio britannico "dimagrisca" di 46 seggi, passando da 751 a 705 membri. I rimanenti 27 seggi saranno riallocati tra gli altri Stati. Secondo un recente studio di Votewatch, se la data della Brexit verrà rinviata le forze sovraniste saranno più forti in quanto potranno contare (fra l’altro) su un sicuro voto euroscettico da parte dei britannici. Sarebbe inoltre il Partito popolare europeo (Ppe) a risentirne di più, con una riduzione del divario con gli altri gruppi. Nelle ultime settimane si è discusso della possibilità di un rinvio, che potrebbe avere ricadute positive anche per gli stessi euroscettici e scongiurare il ‘no deal’.
10.03.2019


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