I "sovranisti" divisi da politiche economiche e sociali
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Il patto tra Lega e l'Udc
quasi... parenti serpenti
LIBERO D'AGOSTINO


Si prendono e si lasciano. Si amano e si odiano. S’insultano e si coccolano. È dal 2008,  dalla lista unica per il municipio di Lugano, e dalla congiunzione, poi, per le elezioni federali del 2011 che tra Lega e Udc si consuma la snervata storia dei parenti serpenti. Uniti da un ringhioso sovranismo eurofobico  e dalle campagne anti stranieri, divisi da sempre dalle politiche economiche e sociali. Ciò nonostante, delle tre coalizioni imperfette per l’appuntamento elettorale di ottobre quella della destra sembra la più solida e sperimentata. Blindata per di più da un accordo "forzoso" che dalle cantonali dell’aprile scorso si è esteso alle elezioni comunali del 2020.
A trainare, però, oggi l’alleanza nazionalpopulista non è più lo stato maggiore di via Monte Boglia, ma l’Udc fulcro e testa pensante della nuova destra ticinese. Le parti si sono invertite. Senza la spinta espansiva del liberal conservatorismo di Sergio Morisoli e Piero Marchesi, senza l’aiuto del partito di Marco Chiesa, "il cagnolino della signora Martullo Blocher", come lo ebbe a definire spregiativamente l’ex coordinatore Attilio Bignasca, la Lega il 7 aprile non avrebbe solo perso quattro deputati, ma anche un consigliere di Stato. Proprio quel Claudio Zali che, dietro le quinte, bofonchiava velenosamente sull’intesa con i democentristi.  Rivalità e risentimenti mai sopiti, tant’è che al congresso elettorale dell’Udc di qualche settimana fa non si è visto un solo esponente leghista.
La Lega è in profonda crisi d’identità. Si è ormai ridotta alla " Lega delle cadreghe che segue sempre il governo, che non scende più in piazza a raccogliere le firme, che non blocca i ristorni.  Che alza tasse e balzelli e non combatte la burocrazia, che non lotta abbastanza contro i cassamalatari", ha inveito recentemente il deputato Boris Bignasca. Ufficializzando un pericoloso stallo che non può più essere nascosto neanche con la scaramantica formula congegnata da un abile "relativista seriale", quale il sindaco di Lugano Marco Borradori, secondo cui "la forza del movimento è stata sempre la somma delle differenze". Ora le differenze sono diventate crepe. Parole pesanti quelle del figlio del Nano  che hanno inquietato il consigliere nazionale Lorenzo Quadri: " Peccato che si esca con una critica così quando siamo in piena campagna elettorale".
È ovvio che l’intesa armata con l’Udc può avvenire solo sul terreno comune della battaglia contro l’Ue, l’Accordo quadro e la libera circolazione delle persone, contro migranti e richiedenti d’asilo. Mettendo da parte i temi sociali della Lega: la cassa malati unica e pubblica, il no all’innalzamento dell’età per la pensione (rivendicati ancora nel decalogo per le federali ma su cui non s’insiste più di quel tanto), o la tredicesima Avs che sono fumo negli occhi per l’Udc.
"In Ticino ci sono solo due schieramenti: noi che difendiamo la Patria e gli altri che la svendono all’Unione europea" ha sintetizzato Quadri. Ma è dell’Udc la leadership di un sovranismo sempre più aggressivo, che vuole far saltare tutti i tavoli con l’Ue, mentre alla Lega resta solo il compito di mobilitare le truppe con gli ossessivi proclami del Mattino contro Plr, Ppd e Pss, "il triciclo euroturbo", e contro economiesuisse, "la lobby dei manager stranieri delle multinazionali".
ldagostino@caffe.ch
(3 - continua)
22.09.2019


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