Fotoreportage da uno dei più importanti moli ellenici
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Eterna caccia all'uomo
nel porto di Patrasso
NICOLA FORNACIARI E GABRIELE GATTI


In uno dei più importanti porti della penisola ellenica ogni giorno si svolge un’infinita caccia all’uomo tra la polizia portuale e i profughi che, ormai da molti mesi, provano ad imbarcarsi abusivamente sulle navi dirette in Italia.
Con la chiusura della "rotta balcanica" nel 2016, riuscire ad oltrepassare il confine macedone, entrare in Serbia e successivamente in Ungheria è diventata un’impresa impossibile a causa dei controlli sui confini e delle barriere che impediscono l’ingresso in Europa. I migranti, soprattutto afghani, che dalla Grecia vogliono arrivare in Italia via mare provano ad imbarcarsi sui traghetti che ogni giorno salpano dal porto di Patrasso.
Questo luogo da diverso tempo ospita un teatrino nel quale polizia e profughi interpretano la parte del gatto e del topo in un’eterna "commedia" che si ripete decine di volte al giorno. Ogni giorno. L’area portuale è delimitata da recinto, un’alta cancellata che guarda verso la città e, dalla parte opposta, da una barriera di cemento, acciaio e filo spinato che divide la zona di transito da quella d’imbarco.
Esistono due modi per attraversare la barriera. Il primo consiste nel nascondersi dentro i rimorchi dei camion che attendono i controlli doganali. In questo modo, nascosti tra la merce, i profughi possono sperare di passare inosservati agli occhi degli agenti doganali. Un’alternativa molto pericolosa per l’incolumità degli stessi clandestini è quella di aggrapparsi ai semiassi dei veicoli fino alla stiva della nave. Venire scoperti a trasportare uno o più profughi può costare al conducente del veicolo fino a sei mesi di reclusione.
Ma c’è un secondo e più folle metodo che consiste nel correre verso la barriera di filo spinato, scalarla, scavalcarla, arrivare nella zona d’imbarco, provare a evitare le auto della polizia portuale, arrampicarsi sulle cime di ormeggio... Per poi solcare il mare nascosti nella stiva di una nave. Ondate di afghani attendono che i poliziotti siano distratti per lanciarsi in una disperata corsa verso il muro di metallo e provare a superarlo. Il primo segno, che fa capire loro di essere stati scoperti, viene dai segnali sonori dei veicoli della polizia che provano a spingerli verso la città. Oppure, nel caso abbiano oltrepassato il muro e si trovino già nella zona d’imbarco, i poliziotti li costringono a scavalcare nuovamente il muro e a fuggire il più lontano possibile.
La polizia usa ogni veicolo per inseguire e intimidire i profughi: gip, auto d’ordinanza, vecchi motorini. Lo scopo delle autorità è unicamente quello di arginare per più tempo possibile le ondate che si ripetono ciclicamente. Come cani da pastore i militari radunano i profughi alla stregua del bestiame. Chi riesce a scappare dagli accerchiamenti si nasconde o attende in disparte per poi tentare l’impresa più e più volte.
Ciò che accomuna i poliziotti e i profughi è la disperazione. Un soldato, dopo aver respinto l’ennesima ondata si sfoga: "L’Europa deve sapere ciò che accade qui. Siamo troppo pochi per controllare i migranti e svolgere i servizi doganali."
Gli agenti, spinti dalla frustrazione, non risparmiano l’uso dei manganelli per scacciare le decine di profughi che senza tregua prendono d’assedio la zona d’imbarco.
Emil, viene dall’Afghanistan, dice che è la seconda volta che prova a scappare dalla Grecia via mare; il primo tentativo gli è costato l’arresto in Italia, un pestaggio e il rientro in Grecia. Il ventenne vive in un palazzo abbandonato appena fuori dalla zona portuale con decine di suoi compagni afghani che, come lui, non trovano collocazione all’interno della rete di accoglienza della Grecia. Svela che il suo sogno sarebbe quello di ricongiungersi con la madre a Venezia.
Mostra il suo equipaggiamento. Una bottiglia d’acqua da due litri, che gli dovrà bastare per tutta la durata del viaggio via mare e un giubbotto ormai inservibile a causa degli strappi che gli aculei del filo spinato gli hanno procurato. Davanti alla caserma della Guardia costiera un gruppo di profughi fradici e ammanettati attende di entrare nell’edificio per il riconoscimento. Per la disperazione si sono gettati in mare nel tentativo di raggiungere il traghetto in procinto di salpare, ma sono stati ripescati dai militari.
Questa guerra senza tregua va avanti da troppo tempo. Si "combatte" sui moli, nelle case abbandonate e dentro alle caserme. Entrambi gli schieramenti sono sfiniti ma riescono a continuare spinti soltanto dalla forza della disperazione.
12.11.2017


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