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La testimonianza di chi vedeva nell'Europa la salvezza
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Il sogno dei migranti
nella giungla di Lesbo
ALESSIO PADUANO DA MORIA, LESBO


Vivere qui è un inferno. Credevo che arrivando in Europa la mia vita e quella dei miei figli sarebbe migliorata, ma mi sbagliavo". Sono le parole di Hassan, un ragazzo siriano di 31 anni che da tre mesi vive al campo profughi di Moria, nell’isola greca di Lesbo, dove è in corso una vera e propria crisi umanitaria. La condizione di Hassan è la stessa per tutti quelli che trovano rifugio nel campo ufficiale di Moria, un’ex base militare in grado di accogliere circa 3.000 persone, ma che oggi ne conta circa 20.000 tra l’interno della struttura e l’uliveto che si trova nelle sue immediate adiacenze. Il 60% delle persone che occupano l’area proviene da Afghanistan e Siria - Paesi attualmente in guerra - mentre il resto da Paesi del Medio Oriente e dell’Africa. L’85% sono rifugiati, gli altri sono classificati come migranti, mentre i minori rappresentano il 40% della popolazione.
Secondo "Aegean boat report", una ong norvegese indipendente che si occupa di fornire informazioni neutrali relative agli arrivi sulle isole Greche, dall’inizio del 2020 ad oggi sarebbero arrivate a Lesbo 58 imbarcazioni, per un totale di 2226 persone. Dal 2016 però, con la chiusura dei confini Europei, non c’è più modo per le persone arrivate a Lesbo di spostarsi altrove. La politica di contenimento dell’Ue impone la loro permanenza sull’isola, mentre le richieste di asilo vengono elaborate. Il sistema di elaborazione delle richieste è molto lento, con un arretrato attuale di circa 90.000 casi. Il risultato inevitabile è il sovraffollamento del campo di Moria dove la situazione è al collasso. Molti la chiamano "la giungla", lo stesso nome che fu dato un pò di tempo fa al campo profughi di Calais, in Francia. A confermare la precarietà delle condizioni di vita dei rifugiati di Moria è Ahmed, un ragazzo Somalo di 28 anni, arrivato a Lesbo con un gommone partito dalla Turchia, dopo aver pagato 800 dollari al suo trafficante: "Qui manca tutto. Non c’è acqua, non c’è elettricità. Alcuni addirittura non hanno una tenda per ripararsi dal freddo della notte. Quando telefono i miei genitori però non gli racconto tutte queste cose perché non voglio farli preoccupare". Quella di Ahmed è solo una delle tante testimonianze che descrivono l’aria che si respira nella "giungla" di Moria, dove liti, violenze e furti sono sempre più frequenti, specialmente al calar del sole. Le donne hanno paura di usare i servizi igienici e le docce perché temono di subire violenze sessuali, come ha sottolineato anche Hillary Margolis, ricercatrice per i diritti delle donne presso "Human Rights Watch".
Dunja Mijatovic, commissario per i diritti umani del consiglio d’Europa, dopo aver visitato lo scorso ottobre la struttura di accoglienza di Lesbo, ha descritto la situazione dei migranti e richiedenti asilo come drammaticamente peggiorata. Mijatovic ha evidenziato l’assenza di servizi igienico-sanitari, cure mediche e standard di sicurezza appropriati. Ad avvalorare le sue preoccupazioni ci sono alcuni episodi molto gravi avvenuti di recente, come l’ incendio divampato nel campo il 29 Settembre 2019 che ha causato molti feriti e due vittime o la morte per disidratazione di un bambino di 9 mesi proveniente dal Congo, avvenuta prima del Natale scorso.
Di pari passo al peggioramento delle condizioni di vita dei rifugiati e dei migranti, è cresciuta l’esasperazione della popolazione locale che non accetta di buon grado i flussi migratori che investono l’isola da diversi anni. In alcuni casi si sono verificati episodi di violenza contro richiedenti asilo o cooperanti. Uno degli ultimi casi riguarda l’aggressione subita dall’attivista italo-marocchina Nawal Soufi, che da tempo si occupa dei diritti dei migranti. Nella notte del 4 febbraio, mentre attraversava in auto il villaggio di Moria per raggiungere il campo profughi, è stata bloccata e picchiata da un gruppo di persone - forse militanti di estrema destra - e la sua auto gravemente danneggiata. Durante il pomeriggio dello stesso giorno, circa duemila richiedenti asilo che si erano uniti in corteo a Mitilene (la capitale di Lesbo) per protestare contro la terribile situazione del campo profughi in cui vivono, sono stati caricati da due squadre antisommossa della polizia, che li ha poi allontanati con l’uso di lacrimogeni.
Le prospettive per il futuro di Lesbos non sono delle più rosee. Da un lato, l’attuale governo Greco di "Nea Dimokratia" guidato da Kyriakos Mitsotakis ha tracciato una linea dura in materia di immigrazione. Dall’altro, la guerra in Afghanistan che incalza potrebbe spingere altre persone lungo le coste del mar Egeo. Nei prossimi mesi la situazione sull’isola è destinata a peggiorare ancora di più e a pagarne le spese saranno ancora una volta migliaia di persone che hanno la sola colpa di inseguire il sogno di una vita migliore.
01.03.2020


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