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Nei locali dell'Eolab, il laboratorio di microbiologia dell'Eoc
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Nel fortino a caccia
del coronavirus
PATRIZIA GUENZI


Per rendersi davvero conto di quanto sia minuscolo, invisibile e impalpabile il coronavirus bisogna entrare qui. Nel fortino del laboratorio di microbiologia dell’Ente ospedaliero (Eolab). A dispetto della tranquillità che c’è fuori, strade e marciapiedi deserti, qui dentro si lavora a pieno ritmo per smascherare i "tamponi" che arrivano dai medici degli ospedali dell’Ente, dagli studi privati e dalle cliniche. "Non c’è tempo da perdere. Le analisi devono essere fatte a ritmo sostenuto - spiega il dottor Franco Keller, direttore dell’Istituto di medicina di laboratorio, Eolab, che ogni ora controlla i numeri, quanti test, quanti positivi, quanti negativi, quanti ancora in attesa di un risultato -. Le risposte vanno comunicate il prima possibile ai medici di riferimento, cosicché possano eventualmente ricoverare al più presto il paziente in un reparto Covid".
Invisibile e impalpabile. Il che rende il Covid-19 ancora più allarmante, come d’altro canto lo sono tutti i virus nuovi. Mai precedentemente identificato, gli esperti hanno infatti dovuto coniare un nuovo nome: sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2 (Sars-CoV-2), fratello di quello che ha provocato la Sars (Sars-CoV), da qui il nome scelto di Sars-CoV-2.
Ma torniamo dentro l’Eolab. Una trentina di dipendenti in tutto, otto di questi concentrati sul Covid. Sono loro che ricevono le provette con dentro il tampone da esaminare, le maneggiano sotto una speciale cappa per ragioni di sicurezza ma anche per mantenere integro il materiale, controllano che i nomi dei pazienti siano corretti e registrano tutto nel sistema che, alla fine, finirà nella cartella clinica, a disposizione del medico curante. "Prima di terminare l’intero iter amministrativo del test, appena siamo in possesso del risultato avvisiamo immediatamente il medico - dice il dottor Keller -. Come ho detto la tempestività è fondamentale per sapere come comportarsi con un eventuale contagiato". Per completare l’esame, per sapere se "positivo" o "negativo" al virus, i tecnici in analisi biomediche impiegano circa tre ore. "Stiamo cercando di ridurre i tempi - riprende -. Ma dipende molto dal fatto che ancora non abbiamo dei kit automatizzati. Mi spiego: per effettuare l’esame ci sono una serie di step da seguire. Preparazione, estrazione e amplificazione dell’Rna virale sono passaggi indispensabili e fondamentali". È un po’ come fare una torta, tanto per capirci. Servono molti ingredienti, uova, farina, zucchero, aromi… e alcuni sono già assemblati e pronti all’uso. Nel caso del test per il Covid-19, un virus completamente nuovo, di pronto non c’è ancora nulla. Tocca agli esperti del laboratorio, come il dottor Renzo Lucchini, trovare gli ingredienti giusti, basandosi su protocolli emessi dal Centro nazionale di referenza dei virus emergenti di Ginevra. "Che sono i reagenti - spiega Keller -. Mai come in questo caso dunque servono le forze interne, e l’Eolab ha la fortuna di avere le giuste competenze, che sanno bene come ci si muove in questi casi. È un po’ come se non avessimo un cellulare e dovessimo far capo alla camera oscura per sviluppare una fotografia. Capite bene quanto questo possa essere complicato. Da qui l’importanza di avere persone con esperienza, che sappiano come operare anche in questi frangenti".
Il processo per arrivare alla fine del test non è semplice. I passaggi sono numerosi, l’attenzione deve essere costante, non solo per evitare, ma questo avviene per ogni tipo di esame di laboratorio, il contatto diretto con il virus, ma anche per riuscire ad essere tempestivi. E precisi. "C’è un processo, che si chiama Pcr - riprende il direttore dell’Eolab -, che serve a rendere visibile il virus alle nostre strumentazioni, ovvero moltiplica la sua parte genetica, Rna, per due, per quattro, per otto e via via sino ad arrivare a 42 volte. E visto che per ora non disponiamo di un kit già pronto, dobbiamo preparare noi tutte le componenti, i ‘mattoncini’ del Dna, gli enzimi, le sequenze di riconoscimento del virus, eccetera per poterlo moltiplicare. Pochi passaggi sono automatizzati.
Il materiale viene poi inserito in una sorta di alveare, ogni buco un paziente, e dopo un’ora abbiamo il risultato: "mucchietto" di materiale genetico virale, la torta insomma, che viene ancora controllato dai capi servizio, prima di consegnare il risultato al medico, linea rossa positivo, linea verde negativo.
Se l’allarme vero, quello che ha finalmente reso tutti noi coscienti del reale pericolo del coronavirus, quando anche le autorità hanno iniziato a introdurre misure di comportamento restrittive, è scattato un paio di settimane fa, in realtà nel fortino dell’Eolab erano già tutti sull’attenti per smascherare il maledetto virus. “Qui già si lavorava a pieno ritmo - osserva il direttore -. Ben prima che la popolazione si rendesse conto della pandemia che ci stava travolgendo, eravamo nel pieno della cosiddetta fase clou. Questo ci ha però permesso di essere pronti all’arrivo dei primi tamponi e a sostenere il ritmo di questi giorni, con i numerosi ‘carichi’ di provette che entrano nel nostro laboratorio da tutto il cantone e che giorno dopo giorno vanno aumentando”. Se prima del 28 febbraio i test erano eseguiti in un laboratorio di Ginevra, dopo questa data l’Eolab è stato autorizzato dall’Ufficio federale della sanità pubblica a eseguire le analisi. Inizialmente doveva però inviare i risultati al laboratorio ginevrino per la conferma, ora non più.
Invisibile e impalpabile, il Covid-19 ha messo a dura prova la resistenza di tutti. Non solo delle persone comuni, molte di queste giustamente spaventate dall’aggressività del virus, ma di tutti coloro che sono impegnati a dargli battaglia. Chi sta al fronte, insomma, come l’Eolab che ha dovuto cambiare la sua organizzazione interna. Se in tempi “normali” il laboratorio resta chiuso il fine settimana e la notte, nell’emergenza ha rivisto orari, turni e giorni di lavoro. “Abbiamo riorganizzato tutto con le forze che avevamo - spiega Elia Cattani, capo laboratorio -. Quindi da tempo siamo in grado di essere attivi sette giorni su sette e sino alla mezzanotte si lavora”. Ma prima di chiudere il portone dell’Eolab, i tecnici infilano un altro “alveare” nel macchinario per un ciclo di analisi che sarà pronto per essere valutato la mattina seguente. Così non si perde del tempo prezioso. In questi casi, infatti, anche la notte lo è. Bisogna arrivare prima. Prima che la persona positiva al virus possa, inconsapevolmente, infettarne altre. È questo il pericolo maggiore, visto che il Covid-19 è altamente contagioso, una persona può farne ammalare almeno due che a loro volta ne faranno ammalare altre quattro-cinque e via moltiplicandosi.
Invisibile e impalpabile come tutti i virus. Interessante, per gli studiosi, sicuramente, ma terribilmente impegnativo dal punto di vista diagnostico per chi deve riuscire a dare al più presto un supporto ai medici. Eravamo già stati con l’H1N1, il virus influenzale, noto come “influenza suina” che fece la sua comparsa a partire dalla metà dell’aprile 2009 in diversi Paesi. “Anche in quell’occasione eravamo confrontati con molto lavoro, c’era parecchio materiale da esaminare - ricorda la dottoressa Gladys Martinetti Lucchini, capo servizio e responsabile del servizio di microbiologia dell’Eolab -. Qui da noi arrivò durante l’estate e si era capito che non era da prendere sottogamba. Ma non era niente rispetto al Covid-19”. Ecco perché riuscire ad automatizzare i passaggi dei test è fondamentale. Per arrivare prima.
Il tempo mai come in questo caso è prezioso per armarsi al meglio contro il coronavirus. “Stanno uscendo dei kit sul mercato - aggiunge la dottoressa -, ma sappiamo già che li riceveremo con il contagocce”. Come detto, kit importanti per riuscire a snellire i vari passaggi del test e comunicare ai medici il prima possibile il risultato. “Rispetto ad altri virus il Covid-19 si diffonde velocemente - osserva -. Una volta a settimana viene organizzato un incontro con i colleghi infettivologi di tutto il cantone di tutte le strutture, pubbliche e private. E questo aspetto, quello della velocità con cui il virus corre, viene sempre sottolineato. Così come il fatto che non siano sempre e soltanto i pazienti anziani quelli più a rischio”. Un altro aspetto che stupisce medici e ricercatori e che non va sottovalutato è quello della rapidità con cui la persona inizia a stare davvero male. Dai primi sintomi alla fase in cui non si regge più in piedi. “Capita che sia appena andata dal suo medico curante - riprende la dottoressa Martinetti Lucchini - abbia fatto il test e sia risultato positivo. Va a casa perché è più o meno asintomatica. La situazione andrebbe comunque costantemente monitorata, perchè in alcuni casi potrebbero insorgere delle complicanze assai repentine”.
Invisibile e impalpabile, il Covid-19 è stato rapidissimo nella sua migrazione dalla Cina fino ad arrivare qui sorprendendo tutti. Medici, epidemiologi, infettivologi. Ha messo sotto pressione i laboratori di analisi. Interessante, certo, dal punto di vista diagnostico, ma in questo caso il tempo è tiranno. Servono analisi veloci per far fronte con tempestività ai pazienti positivi, organizzare reparti, medici, infermieri e cure intensive dove i malati più gravi devono essere intubati perché non riescono più a respirare autonomamente.
Intanto, fuori dallo stabile dell’Eolab arrivano altre scatole con decine di provette con dentro un tampone. Questo tipo di trasporto è organizzato solitamente con la Securitas per gli ospedali dell’Ente ma, sempre alla ricerca di una rapida risposta, da qualche giorno è stato potenziato con la  ditta Fusco express, che si impegna a raccogliere il materiale da tutto il cantone. All’Eolab inviano il loro materiale da analizzare anche molti studi medici e in questo caso è grazie al contributo della Protezione civile che i campioni giungono a destinazione per essere analizzati. Ogni giorno i carichi si fanno più pesanti e ogni giorno il lavoro dei tecnici dell’Eolab aumenta. Nelle varie stanze si va avanti senza sosta. Un impegno che esige molto rigore e attenzione. “Attenzione a non confondere le provette - spiega Keller - e a non creare contaminazioni con il virus. Che appena giunge nel nostro laboratorio è attivo. Solo dopo aver aggiunto il primo reagente viene inattivato e da quel momento non è più pericoloso.
L’Eolab non ha preposto spazi dedicati al Covid-19. “Si lavora come prima, come sempre - spiega Elia Cattani -. È un virus come un altro. Inoltre, in mezzo a tutta questa emergenza gli altri esami devono essere garantiti”. Qui si eseguono analisi microbiologiche per la diagnosi delle malattie infettive umane e veterinarie in Ticino, analisi di conferma per laboratori regionali e/o nazionali. L’Eolab informa le autorità sanitarie cantonali e nazionali sull’insorgenza di focolai epidemici regionali e di malattie a dichiarazione obbligatoria o alla diffusione di germi epidemiologicamente rilevanti; scambia informazioni, esperienze e procedure per facilitare lo sviluppo e l’implementazione di azioni congiunte con altri enti locali o nazionali. Fornisce informazioni di carattere scientifico e supporto tecnico. Inoltre, l’Eolab è attivo nell’insegnamento e nella formazione in microbiologia. Infine, il suo ruolo è anche quello di approfondire le conoscenze in microbiologia con l’obiettivo di sviluppare nuove tecnologie.
Insomma, impegno massimo. Non solo degli ospedali preposti all’accoglienza concreta dei pazienti Covid-19, La Carità di Locarno e, da questa settimana, anche la clinica Luganese Moncucco. Pure i tecnici di laboratorio stanno lavorando ad un ritmo sostenuto per far fronte alla mole di lavoro. E, soprattutto, come detto, per riuscire a snellire i tempi dell’esame. Le tre ore di adesso sono troppe. Bisogna assolutamente accelerare. Anche perché ogni giorno il carico di lavoro aumenta.  
Per testare questo virus invisibile e impalpabile il costo è di 180 franchi che le casse malati hanno detto di coprire. E mentre ferve l’attività dentro le mura dell’Eolab i tecnici chinati sulle provette dei tamponi Covid-19 sperano nel tempestivo arrivo di un kit che permetta loro di accorciare i tempi delle procedure di lavoro.
Invisibile, impalpabile questo maldetto virus. Sfuggente e (ancora) per molti aspetti sconosciuto. Ma quanto mai reale e deleterio per la nostra salute. Dove nessuno può chiamarsi fuori. Chiunque è una potenziale vittima o può contribuire a farne altre.

pguenzi@caffe.ch
22.03.2020


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