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Reportage dai piedi dell'Ararat e il suo enorme ghiacciaio
Immagini articolo
I cambiamenti climatici
partiti dal monte di Noè
MARIA MICHELA D'ALESSANDRO DA KHOR VRAP


C’è uno strano fascino appena si arriva a Khor Virap davanti al Monte Ararat, in Armenia. Un paesaggio vulcanico al confine con la Turchia, l’Azerbaijan e l’Iran, un’imponenza sacra diventata simbolo della tradizione armena e non solo. Ad illuminare la cima innevata del ghiacciaio dove la leggenda narra che l’Arca di Noè riposi tra le sue vette, un caldo sole primaverile, insolito per uno dei mesi più freddi dell’anno. "Armenia. Terra di dei, di Adamo ed Eva, e di Noè", legge ad alta voce Harut, indicando su una vecchia cartina geografica proprio il monte davanti a dove è nato e cresciuto sessantadue anni fa. L’Ararat, una delle poche ricchezze del piccolo villaggio di Pokr Vedi, a tre chilometri dal famoso monastero di Khor Virap dove San Gregorio l’illuminatore fu imprigionato per 13 anni.
Una fortuna almeno per Harut e la moglie Armine, che da undici anni accolgono nella loro casa turisti interessati a vivere una vera esperienza, tra cibo tradizionale, vino locale e storie legate all’Ararat. Eppure delle incertezze climatiche degli ultimi anni se ne sono accorti tutti, compreso Harut: "È il terzo anno che la vigna è secca, così come gli alberi di melograno, altro simbolo del Paese", dice mentre da un terreno poco distante si intravede del fumo. Le sterpaglie bruciano ai piedi della strada a scorrimento veloce che porta al luogo di culto, sotto gli occhi di quella sacra montagna che ha visto diminuire la grandezza del suo ghiacciaio di diversi metri quadrati negli ultimi anni. È come se la metafora del diluvio universale raccontata nei capitoli 6,7,8 del libro della Genesi, si stia in qualche modo ripetendo. Senza dover dare la colpa ai confini e ai vecchi asti politici, nonostante i numerosi turisti che ogni giorno visitano il monastero, non serve tanta immaginazione per capire che la regione dell’Ararat sia una delle più colpite dai cambiamenti climatici in tutta l’area mediterranea. A parlare sono gli esperti, ma anche l’occhio attento di giovani studenti, lontani però dalla vita quotidiana degli abitanti di Pokr Vedi, dove la raccolta differenziata dei rifiuti e il rispetto della natura sono solo utopia. "C’è molto entusiasmo nei giovani in Armenia, ma c’è anche molta ignoranza sui cambiamenti climatici". Aldo, 18 anni messicano, è uno dei circa duecento studenti dello United World College di Dilijan, una cittadina a 100 chilometri da Yerevan, conosciuta come la piccola Svizzera armena anche per il parco nazionale che la circonda. Sembra un’oasi nel deserto il prestigioso college inaugurato in Armenia nel 2014, qui i ragazzi fanno lezione di politica internazionale, dipingono in un vero studio d’arte, nuotano in una piscina olimpionica e giocano a calcio in un campo di massima serie.
Tra le materie a scelta, anche la possibilità di frequentare il corso di società e sistemi ambientali, dove si studiano i cambiamenti climatici, le sue cause e potenziali soluzioni per il futuro.
Durante le proteste della Climate Action Week del settembre scorso, la scuola ha aperto le sue porte anche a studenti esterni grazie ad Aldo e alla 17enne Dariya, di San Pietroburgo. Insieme hanno organizzato un forum incentrato su temi e problematiche legate all’ambiente in Armenia: dalla disboscamento illegale nel parco nazionale di Dilijan alla discarica di rifiuti nell’area del Lago Sevan.
13.06.2020


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