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Fotoreportage tra bar, ristoranti, alberghi e negozi
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"Meglio la mascherina
che chiudere di nuovo"
ANDREA BERTAGNI


"Se le piccole e medie imprese sono la spina dorsale dell’economia svizzera, allora siamo tetraplegici". Fabrizio Paris davvero non ce la fa a essere positivo. "A causa del lockdown ho chiuso il mio secondo negozio di Grancia. Ora resisto qui a Giubiasco ma a 58 anni ho perso l’entusiasmo". Paris non è l’unico commerciante superstite/sconfitto dal coronavirus. Anche Paolo Maretti che ha un negozio di articoli di abbigliamento sportivi, vive nell’incertezza "di dover chiudere di nuovo mentre le vendite online continueranno a restare aperte. Inoltre - spiega - al di là del lavoro ridotto e dell’indennità di perdita di guadagno non c’è stato nessun terzo aiuto. La politica si è mossa solo a parole".
Per l’economia locale, è anche il ragionamento di Antonio Bee, che ha un bar in piazza grande, si poteva insomma fare di più. "Come l’Iva. Prima ci dicono state tranquilli, poi se la prendono...". Pur di non chiudere di nuovo va bene anche la mascherina obbligatoria, secondo Bee. "Ma il vero problema - aggiunge - è il mercato del sabato a Bellinzona. Lo sanno tutti che quello è il focolaio maggiore".
Preoccupazione e ancora preoccupazione. Oggi sembra essere questo l’unico "mantra" che risuona nei bar, nei ristoranti e nei negozi di Locarno, Bellinzona e Lugano. Mentre  il Cantone hanno deciso di imporre la protezione del viso nei negozi. "Siamo molto preoccupati. Un’altra chiusura potrebbe essere fatale". Andrea Bruni Szabot ha un centro estetico a Sant’Antonino. E oltre a essere in ansia è anche disorientata. "In aprile c’erano 50 casi al giorno e abbiamo dovuto chiudere. Mercoledì i casi erano oltre mille ed è tutto normale". A Lugano Naveen Jerith ha un albergo in via Nassa. "Spero che non chiuderanno di nuovo le frontiere - dice - altrimenti dovremmo fare a meno dei turisti tedeschi e italiani". Manfred Rihs, che vende orologi a cucù li a fianco si augura, come tutti, che non scatti una seconda chiusura, "sarebbe un distastro". Ma è contrario alla mascherina all’aperto. Come lui la pensa Michele Armati, farmacista in piazza Riforma. "Molto meglio il distanziamento sociale". Luca Fraccaroli, che vende cappelli, si è salvato grazie ai luganesi. "Che non sono andati a fare la spesa in Italia". Sadiq Arabzade, fa kebap a Giubiasco. "Io non ho paura, ma serve attenzione da parte di tutti", annota . "Certo che siamo preoccupati, ma basta stare attenti", aggiunge Davide Somaini, che ha una gelateria, sempre a Giubiasco. "I clienti si dividono in due categorie - annota Alessandro Ceccato, gelataio a Sant’Antonino - quelli che se ne fregano del virus e quelli che hanno paura". Samantha De Bernardo, fiorista a Locarno, è sicura. "Noi usavamo già la mascherina prima che fosse obbligatoria". Altrettanto certo è Emanuele Usuelli, ottico a Locarno. "Io mi sono sempre coperto naso e bocca al supermercato". Zeki Alyagut, barista sempre a Locarno, pensa che dovrebbero proteggersi tutti, non soltanto baristi e camerieri. "Altrimenti non ha senso". Ursi Genazzi cuce abiti da sposa. "Evito di andare al ristorante e la spesa me la fa ancora mia figlia". Nel negozio di vestiti a fianco, Eva Desgraz si disinfetta sempre le mani ed è sempre molto attenta. "I giovani sono più abituati alle misure degli adulti", sottolinea.
abertagni@caffe.ch
10.10.2020


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