"Smartreportage", confessioni intime raccolte sul sagrato
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"Ma questa Chiesa
non è per giovani!"
MAURO SPIGNESI


Sono le 17 di un giovedì primaverile. Alle celebrazioni della Pasqua ormai non manca molto. Davanti al sagrato della parrocchiale di San Pietro e Paolo, in via dei Cipressi a Brissago, arriva l’ultimo tocco delle campane per la messa serale. In chiesa quattro fedeli, oltre il parroco di origine indiana padre Sebastien, che non vuole parlare con i giornalisti, "perché tanto - dice - giudicano sempre male la Chiesa". Prima del suo arrivo, una donna che sistema i cuscini sulle panche in vista della funzione spiega che "il nostro problema sono i giovani: non vengono più". La donna, che non vuol dire il suo nome, aggiunge che in paese "la parrocchia fa quel che può". All’ingresso dell’edificio un grande registro invita chi desidera ad aderire alla cena dei poveri, che si svolgerà qualche giorno dopo. Mariangela Molteni, un passato da catechista, è una delle poche fedeli presenti alla messa serale, e racconta che è difficile trovare persone disposte a condividere il loro tempo. "Certo - spiega - sarebbe bello che la chiesa si aprisse, diventasse luogo di accoglienza, spazio sociale e di aggregazione. Ma non sempre si riesce nelle piccole realtà".
Nel viaggio, una serie di flash, da una parte all’altra del Ticino lungo i sagrati delle parrocchie, si scopre un mondo articolato, vario, dove emergono le sfaccettature, le tante sfaccettature della chiesa ticinese. Uno spaccato, frammentario e chiaramente parziale, dove tuttavia si delineano realtà locali che riflettono le dinamiche in corso nella società. Come, ad esempio, l’invecchiamento progressivo della popolazione e dunque la presenza in chiesa di tanti anziani. E poi la difficoltà di coinvolgere i giovani. Una tendenza contenuta anche nell’ultima analisi sul "Panorama religioso ticinese", dove l’Ufficio di statistica ha calcolato che fra i giovani fra i 15 e i 24 anni la religione cattolica ha perso dal 1990 a oggi ben 26,2 punti percentuali. Però ci sono anche realtà vivaci, dove tra sport, cultura e intrattenimento si riesce ad andare controcorrente, a stimolare comunità che pure scontano la propria dimensione periferica. "Non vorrei essere superficiale - spiega Greta, insegnante elementare davanti alla chiesa di San Giorgio a Coldrerio con la bella facciata rinnovata - ma la Chiesa istituzione rispecchia la società in cui è immersa. E poi, molto, sia la dimensione religiosa, che resta pur sempre prioritaria, che quella sociale, dipendono dai parroci". Dai sacerdoti che, con la crisi delle vocazioni, sono sempre meno e devono dividersi tra un paese e l’altro. "E così - aggiunge Greta -, sebbene non si possa generalizzare, non riescono a conoscere bene le realtà in cui vivono". C’è poi un altro aspetto, che molti sottolineano: e cioè che i parroci, tanti parroci, sono stranieri e pur con tutta la buona volontà ci impiegano molto prima di ingranare. Però spesso colgono l’obiettivo.
Come ha fatto a Tenero don Cristian Buga, d’origine rumena, che ha sfruttato quanto era stato costruito negli anni e, almeno a sentire i parrocchiani, lo ha poi sviluppato. "Noi abbiamo l’oratorio per i bambini, il gruppo degli anziani e quello dei genitori, gli scout con i lupetti e gli esploratori, il teatro. A Tenero cerchiamo d’essere un punto di riferimento e d’aggregazione, senza dimenticare la parte religiosa", spiega Achille Gianinazzi, davanti alla parrocchia. Geninazzi è presidente del Consiglio parrocchiale e racconta che per tenere in piedi e dare continuità a tutte queste attività, oltre che risorse finanziarie, serve anche molto impegno. "Ma soprattutto - dice - serve lo sforzo di tutti, perché altrimenti non si va da nessuna parte. Non vorrei apparire banale, ma ci vuole molta volontà nel portare avanti programmi e idee lungo un anno". Una volontà, tuttavia, che pian piano coinvolge anche i giovani che alla Chiesa guardano sempre con un certo sospetto, come un luogo, sembra di capire parlando con i fedeli nei sagrati delle parrocchie, un percorso quasi obbligato tra comunione e cresima.
Un luogo che invece per molti deve svolgere anche una funzione sociale. "Perché - dice Bruno Carboni davanti al sagrato della vivace parrocchiale di Gordola - le chiese sul territorio devono essere luoghi d’ascolto e di meditazione, ma anche luoghi dove i fedeli possano andare solo a recitare una preghiera. Invece in molti paesini trovano le porte sbarrate". Carboni è venuto a trovare un suo parente che vive nella casa di riposo accanto alla chiesa, che tuttavia è aperta dalla mattina alla sera. Come molte altre. L’apertura, dunque, c’è. Ma per conquistare i giovani serve evidentemente altro. E molto, fanno notare in tanti, può fare papa Francesco che sta non soltanto scuotendo le coscienze, ma anche affrontando da una prospettiva diversa rispetto al passato le grandi questioni della modernità. "Secondo me questo Pontefice - spiega Leila Cremona davanti al sagrato della parrocchiale di Sant’Andrea a Melano - è il Papa giusto per questa generazione, perché ha entusiasmo e una grande forza". Un giudizio, quello della mamma di Melano, condiviso anche da Walter Giorgi, che lavora in un bar vicino alla chiesa parrocchiale di Mendrisio. "Questo Papa - spiega - ha dato una scossa e qualcosa, almeno come atteggiamento della gente, mi pare stia cambiando". È d’accordo Giuditta, "professione mamma", come tiene a sottolineare: "Quando questo Papa parla i miei figli ascoltano, lo vedo le poche volte che guardano un telegiornale. E anche recentemente si sono informati per vedere se la parrocchia organizzava un viaggio a Milano in occasione della visita papale. Poi non sono andati, ma l’interesse è rimasto". Un interesse che la mamma che vive nel Mendrisiotto spera continui. "Io - spiega - ho fatto battezzare i miei figli. Poi li ho accompagnati al catechismo per prendere i sacramenti della comunione e della cresima, ma gli ho sempre spiegato, così come il loro papà, che oltre questo percorso condiviso in famiglia, una volta adulti sono liberi di pensarla e di fare ciò che vogliono. Gli ho comunque trasmesso valori importanti".
Valori che coltiva e che ha coltivato per una vita Lucia Chiodini, che a metà mattina si infila nel santuario di Santa Maria dei miracoli a Morbio Inferiore, dove arrivano anche turisti ad ammirare oltre le caratteristiche architettoniche anche il panorama che spazia sul basso Mendrisiotto. "Io vengo in chiesa - dice Lucia Chiodini - tutti i giorni. Certo durante la giornata qui passano soprattutto gli anziani, ma la parrocchia fa tanto anche per i giovani". Insomma, non è una questione di età. Tanto che l’oratorio, vicino alla scalinata che sale sino al santuario, accoglie non solo le attività dei ragazzi ma anche incontri di anziani e diverse altre attività del paese. "Poi - dice sorridendo Weng, giovane d’origine vietnamita - io vedo che i gruppi parrocchiali fanno quello che possono. Ci tengono a lanciare messaggi importanti per la nostra comunità".
E sono importanti come è importante la Chiesa in periodi come questi. "In questi tempi in cui si taglia tutto - dice Pasqualino Di Paolo, pensionato di Giubiasco, dove le attività parrocchiali sono molte - dalle poste sino alle biglietterie ferroviarie, fortunatamente le parrocchie restano. È pur vero che negli uffici pubblici bisogna andarci per forza e se sono distanti soprattutto gli anziani sono in difficoltà, mentre nelle chiese ci va solo chi crede. Ma le parrocchie restano comunque punti di riferimento importanti. Io le frequento perché sono cattolico e sin da giovane ho ricevuto tutti i sacramenti e ho continuato su quella strada". Il discorso sulla Chiesa come luogo che in qualche modo va a colmare il vuoto lasciato dallo Stato che taglia l’assistenza sociale, attecchisce tra molti fedeli. "Specie nei piccoli paesi - spiega Donatella commerciante di Bellinzona - molti ammalati vengono trasportati grazie ai gruppi parrocchiali, o si sentono meno soli grazie alle serate che la parrocchia organizza".
Ma non dappertutto è possibile. "È già tanto - dice Gioia, studentessa di Melide, davanti alla chiesa dei Santi Quirico e Giulitta - che si riesca a tenere le chiese sempre aperte e a garantire l’attività di cori, gruppi musicali, gruppi che si occupano di organizzare manifestazioni importanti come, faccio un esempio, la Settimana Santa". Ciò soprattutto in questi tempi, fanno notare molti fedeli parlando dai sagrati delle loro parrocchie, in cui i giovani comunicano, condividono emozioni e passioni sfruttando le nuove tecnologie e i social network, un terreno dove la Chiesa è ancora molto indietro. A parte qualche eccezione, come i siti di alcune parrocchie.
La chiesa, meglio ancora la comunità religiosa, al di là di tutti i discorsi resta comunque, anche nella storia delle piccole e grandi comunità locali ticinesi, un luogo stabile, preciso. E anche se i parroci cambiano, oggi arrivano da lontano, e come gli uffici postali ci sono chiese che aprono per poche ore, nella testa della gente il campanile è qualcosa di immutabile. "Anche troppo. Perché poi si ripetono riti, percorsi, valori e liturgie sempre uguali", spiega Josef Weiss, artista e tipografo, che ha il suo atelier non distante dalla chiesa parrocchiale, nel nucleo di Mendrisio. "Io lo confesso: non sono cattolico, ma rispetto chi lo è. Però la Chiesa dovrebbe essere più colorata, la vedo come una entità scura, servirebbe un po’ di colore". Accanto al sagrato di Mendrisio anche Vincenzo Herzig, artigiano manutentore, ritorna appunto sul discorso delle parrocchie che resistono, "mentre altri servizi vanno via da città e paesi. E si potrebbe discutere a lungo sul perché e sulle strategie delle aziende statali. Parlo anche io della Posta, delle piccole banche di servizio, delle biglietterie. Io però in chiesa non ci vado più. L’ho abbandonata quando avevo sedici anni".

mspignesi@caffe.ch
@maurospignesi
09.04.2017


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