Linfociti modificati per uccidere le cellule cattive
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Super soldati ingaggiati
per combattere i tumori
ANTONINO MICHIENZI


È l’ottobre del 2011. Emily Whitehead, una bambina americana di 6 anni, sta combattendo da più di un anno con la leucemia linfoblastica acuta, il tumore del sangue più frequente nei minori. Quattro pazienti su cinque riescono a sconfiggere questo tumore con un lungo ciclo di chemioterapia. Ma non è il caso di Emily. Comincia così un secondo ciclo di trattamento più aggressivo. Ma anche questo è inefficace.
È a quel punto che la famiglia Whitehead si rivolge al Children’s Hospital of Philadelphia dove sta per partire la sperimentazione di un trattamento rivoluzionario mai provato prima sui bambini. Emily è idonea ed è la prima bambina a provarlo. I primi giorni sono un inferno: Emily rischia di morire per gli effetti collaterali ancora ignoti della nuova cura. I medici però riescono a vincere la partita a scacchi con la malattia. Due settimane dopo il trattamento la bambina festeggia il suo settimo compleanno e lo scorso 20 aprile ha celebrato i suoi primi 6 anni dalla guarigione.
La storia di Emily sembra una favola. Ma è la realtà e racconta dell’ultima frontiera della lotta al cancro che riunisce in un unico intervento decenni di ricerca su diversi fronti: dall’oncologia all’immunologia fino alla terapia genica. Quella a cui è stata sottoposta Emily è comunemente definita Car T o immunoterapia a cellule T e consiste in uno speciale trattamento personalizzato in cui una specifica famiglia di cellule del sistema di difesa immunitario del paziente (i linfociti T, dei veri e propri soldati che ci difendono dalle aggressioni esterne come le infezioni) vengono prelevati, modificati e successivamente infusi nuovamente per riconoscere e aggredire il tumore. È come "dare a un paziente un farmaco vivente", ha spiegato uno dei pionieri di questo campo di ricerca Renier J. Brentjens del Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York. Un farmaco che viene costruito di volta in volta in un processo che richiede diverse settimane.
Il primo passo è il prelievo dei linfociti T che vengono separati dal sangue del paziente. A quel punto i linfociti T sono modificati in laboratorio con sofisticati processi di ingegneria genetica. Lo scopo è quello di aggiungere sulla loro superficie una particella capace di riconoscere da una precisa caratteristica (definita antigene) le cellule tumorali e di "aggrapparsi" a esse. Così i linfociti diventano super-soldati capaci di uccidere le cellule tumorali riconoscendo uno specifico punto debole. Dopo essere state fatte moltiplicare, le cellule vengono iniettate nuovamente nel paziente dove cominciano ad aggredire il tumore. Come mostra la storia di Emily, i risultati sono straordinari. Ma per ora la Car T è disponibile (solo in Usa) soltanto per curare la leucemia linfoblastica acuta neo bambini e alcuni linfomi negli adulti.
La ricerca, intanto, sta cercando varianti della tecnica che possano renderla efficace in altri tumori. È una strada lunga, ma che comincia a produrre qualche frutto. È recentissima la pubblicazione sulla rivista Nature Medicine del caso clinico di Judy Perkins, una cinquantenne americana con un cancro al seno in fase terminale. I medici non le avevano dato più di due-tre mesi di vita quando è entrata in una sperimentazione che prevedeva l’uso di un approccio nuovo. Il tumore e le cellule del sistema immunitario di Judy vengono sottoposte ad analisi genetica. Poi vengono selezionate solo le cellule che hanno la capacità di riconoscere quelle tumorali e ucciderle. Fisiologicamente sono molto poche ed è per questo che il cancro prende il sopravvento. Ma i ricercatori le estraggono e le moltiplicano in laboratorio. Poi le iniettano nuovamente nel corpo di Judy dove, aiutate da un mix di farmaci, riescono a sconfiggere il cancro. La terapia funziona a la donna da due anni non presenta segni di malattia. "Miglioriamo ogni giorno che passa", dice uno degli autori della sperimentazione, Steven Rosenberg del National Cancer Institute americano.
C’è però un’amara verità: la strategia che ha curato con successo Judy si è dimostrata completamente inefficace in altre due pazienti. Ed è questa ora la sfida più grande: far sì che l’immunoterapia a cellule T possa diventare una terapia per tutti i pazienti con cancro e non solo per un piccolo gruppo di malati.
01.07.2018


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