I nuovi farmaci oncologici promettono buoni risultati
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Gli "immunoterapici"
allungano la vita
ANTONINO MICHIENZI


Il cancro non sarebbe il terribile killer che tutti conosciamo se non avesse la capacità di ingannare il nostro sistema di difesa immunitario e sfuggire così ai suoi attacchi. Da tempo la ricerca lavora per disinnescare questa abilità del tumore risvegliando il sistema immunitario e spingendolo a contrastare il nemico.
E finalmente ci sta riuscendo. Da qualche anno sono disponibili nuovi farmaci che rimettono in moto la capacità dell’organismo di battersi contro il tumore agendo sugli interruttori che hanno il compito di accendere o metterle a riposo alcune cellule del sistema immunitario (i linfociti T). Per la loro capacità di agire sul sistema immunitario questi medicinali vengono definiti immunoterapici o immuno-oncologici. I primi farmaci di questo tipo sono stati usati per il melanoma e ne hanno rivoluzionato la terapia. Fino a dieci anni fa chi riceveva una diagnosi di melanoma metastatico aveva in media un’aspettativa di vita di circa 6-9 mesi e meno di un paziente su 4 sopravviveva almeno un anno dalla diagnosi.
Con l’avvento dei nuovi farmaci immunoterapici il 70% dei pazienti è vivo a un anno e 1 su 5 vive almeno 10 anni dopo la diagnosi. Dal 2011 sono stati approvati soltanto una manciata di farmaci immunoterapici (6 negli Usa), ma sono stati sufficienti a cambiare le modalità di trattamento di diversi tumori: oltre che del melanoma, di alcuni tumori del polmone, del rene, della vescica, dello stomaco, del fegato. Ciò non significa che questi farmaci consentano di guarire del tutto dalla malattia, ma prolungano (in molti casi di molto) l’aspettativa e la qualità di vita dei pazienti.
Mentre aumenta il numero di farmaci immuni-oncologici e i tumori su cui si dimostrano efficaci, però, c’è un problema con cui i ricercatori si stanno scontrando: solo una parte dei malati risponde a questi nuovi trattamenti. Così, la più importante innovazione degli ultimi anni nella lotta al cancro rischia di creare malati di serie A che possono godere di trattamenti molto efficaci e malati di serie B a cui tocca rassegnarsi alle vecchie e spesso inefficaci terapie.
Annullare questo divario sarà la sfida dei prossimi anni e non è un caso se a questo argomento sia stato dedicato il discorso inaugurale del congresso annuale della Società americana di oncologia clinica (Asco) tenutosi in questi giorni a Chicago. "La promessa della medicina di precisione è valida solo nella misura in cui saremo capaci di rendere questi trattamenti disponibili a tutti i pazienti", ha detto il presidente dell’Asco Bruce E. Johnson.A questo si sta lavorando in tutto il mondo. L’approccio che nell’immediato sembra il più promettente è quello usare i farmaci immuno-oncologici con altre strategie di trattamento, come la chemio, oppure di combinarli tra di loro. Gli studi presentati in questi giorni dicono che è un approccio può dare frutti: nel caso del tumore al polmone metastatico, per esempio, usare insieme la chemioterapia e un farmaco immunoterapico quasi raddoppia l’aspettativa di vita rispetto alla sola chemio; risultati simili si stanno ottenendo con altri tumori.
"Tuttavia - ha detto Johnson, che è sì un oncologo ma anche un paziente che combatte da sei anni con un tumore alla prostata - se vogliamo veramente espandere le ricadute della medicina di precisione abbiamo ancora molto da fare".

a.m.
01.07.2018


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