L'analisi del meteorologo e climatologo
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Il manto bianco si ritira
lo si vedrà solo in cima
LUCA MERCALLI


C’è un gran sole sul ghiacciaio del Sabbione in alta Formazza: è il 19 settembre 2018, al termine della quarta estate più calda di oltre due secoli sulle Alpi italiane. Dal coronamento della diga vedo il ghiacciaio stremato dalla fusione, annerito dai detriti, completamente privo del suo manto di neve residua invernale che dovrebbe nutrirlo e proteggerlo.
Nell’estate 2011 avevamo installato una rete di paline per la misura dell’ablazione (l’insieme dei processi che consumano ghiaccio), ora non più in servizio, ma dai dati rilevati sul ghiacciaio Ciardoney, nel Parco Nazionale del Gran Paradiso e sul vicino Basodino misurato dal team di Giovanni Kappenberger, si può stimare per quest’anno una perdita di spessore di circa un metro e mezzo di ghiaccio. Un dato ormai comune a tutti i ghiacciai delle Alpi, che da oltre trent’anni perdono molta più massa di quanta ne accumulino e sono dunque condannati alla pressoché totale scomparsa entro questo secolo, complice ovviamente il riscaldamento globale.
La temperatura alpina è infatti aumentata di almeno 1,5 gradi nell’ultimo secolo e ha determinato la scomparsa di ben il sessanta per cento dell’estensione dei ghiacci alpini, passati da 4500 km2 a meno di 1800. La Svizzera del resto ospita alcuni degli istituti di ricerca più antichi e autorevoli nel campo della glaciologia mondiale: il World Glacier Monitoring Service - le cui basi furono poste nel 1894 - è ospitato all’Università di Zurigo, e per conto delle Nazioni Unite organizza e pubblica tutte le osservazioni dei ghiacciai mondiali. Al Politecnico federale di Zurigo opera invece un dipartimento di glaciologia all’avanguardia. E le notizie sulla ritirata glaciale ormai arrivano da tutti i ghiacciai del mondo, dalle Ande, dall’Alaska, dall’Himalaya e soprattutto dalle delicate regioni polari. In Groenlandia la grande calotta glaciale è particolarmente esposta alla fusione, e preoccupa per il contributo che può dare all’aumento del livello marino (se fondesse completamente potrebbe causare un innalzamento di ben sette metri delle acque oceaniche).
Ma anche l’Antartide, continente di ghiaccio più freddo e stabile, mostra i primi segni di cedimento sulla penisola antartica, dove nel luglio 2017 dalla piattaforma glaciale "Larsen-C" si è distaccato un iceberg grande più della Liguria. Ma torniamo ai nostri ghiacciaietti alpini. Da oltre un secolo sono misurati tramite semplici variazioni frontali: si stabiliscono dei punti fissi su rocce antistanti il limite del ghiaccio e anno dopo anno si misura la distanza che intercorre. Molti apparati si sono ritirati anche più di un chilometro, celebre il comodissimo sentiero glaciologico del Vadret da Morteratsch: dalla stazione del trenino rosso del Bernina si percorre un sentiero dotato di pannelli che segnano decennio dopo decennio le tappe del vistoso arretramento di oltre 2 chilometri.
Più recentemente sono stati introdotti i bilanci di massa, misure più complete dello spessore perso o guadagnato dall’intero ghiacciaio, e dagli anni Cinquanta la fotografia aerea. Oggi la frontiera della ricerca sono i rilevamenti da satellite e da drone che permettono di ottenere dettagliate cartografie al computer. Il mestiere del glaciologo guadagna così in precisione ma perde un po’ della sua epica alpinistica, si fa sempre più seduti davanti a un computer e meno tra crepacci e bufere di neve.
Ciò che conta è però il responso che offre alla collettività: un sintomo inequivocabile del riscaldamento globale, una rapida evoluzione del territorio alpino, un campanello d’allarme che dovremmo tutti ascoltare, se vogliamo almeno che i nostri nipoti possano vedere ancora un po’ di ghiaccio sulle vette più elevate.
04.11.2018


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