Chi sono gli hikikomori che vivono "reclusi" in casa
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Con la generazione H
i giovani in "letargo"
ROSELINA SALEMI


Ci sono gli hikikomori che vivono in una stanza, chiudono con il mondo reale e restano immersi in un universo tutto loro. Ci sono i neet che non studiano e non lavorano e si trascinando stancamente giorno dopo giorno. Due categorie di giovani sdraiati, un malessere che sta pian piano diventando una emergenza in una società che viaggia a ritmi altissimi, competitiva, dove non sono ammesse debolezze o fragilità. E chi le ha, chi perde un colpo, chi ha bisogno di più tempo viene tagliato fuori. E si autoesclude in un ritiro sociale che conta già numeri importanti. In Svizzera nel 2017 la quota di giovani inattivi dai 15 ai 24 anni che non seguivano né una scuola né una formazione, secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica, era pari al 6,5%. Numeri importanti, anche se inferiori rispetto alla media dell’Unione europea che è del 10,9%. In Ticino i neet erano lievemente calati nel 2016 attestandosi all’8,5 per cento dei ragazzi dai 15 ai 29 anni per poi risalire sino a 9.4 per cento nel 2018.

I giapponesi hanno inventato per loro il termine  hikikomori (da hiku "tirare" e komoru "ritirarsi"). Nel 2015 erano stati registrati 540mila casi ma c’è chi valuta cifre molto più alte (oltre il milione e non soltanto giovani). I "ritirati", ragazzi fra i tredici e i vent’anni che non escono mai da casa, non studiano, non comunicano. Si sono "condannati" agli arresti domiciliari. Non vogliono avere contatti con un mondo che li rifiuta. E cominciano a essere tanti. In Italia la stima è di 100-120mila (lo psicologo Marco Crepaldi li ha fatti emergere con un sito dedicato), in Francia di circa 40mila, in Ticino si è parlato del fenomeno al Consiglio cantonale dei giovani e, due anni fa, ad un convegno promosso dall’Accademia di psicoterapia psicanalitica della Svizzera italiana.
Di questo fenomeno misterioso parla il romanzo di Laura Calosso "Due fiocchi di neve uguali" (Sem). Protagonisti: Carlo, che ha deciso di chiudersi in casa, e Margherita, che gli somiglia ma tenta di restare immersa nella vita. Ne parla soprattutto il saggio di Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro, in libreria da metà marzo da Raffaello Cortina: "Il ritiro sociale degli adolescenti. La solitudine di una generazione iperconnessa". Chi sono? Ragazzi nell’età delle grandi trasformazioni, tra la scuola media e l’Università. "Il bacino è ampio - spiega Lancini, - si tratta di quei due milioni e mezzo di neet, (di Not in Employment, Education or Training) tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non studiano". E non sempre chi vive accanto a loro riesce a valutare la gravità del problema. Nel nostro sistema, l’infanzia è sostenuta, c’è una grande costruzione di aspettative di crescita e successo personale. Poi l’infanzia finisce, il tuo corpo cambia, la tua "forma" viene giudicata. "Un episodio di bullismo o cyberbullismo fa crollare l’ideale. Non sei popolare - aggiunge  Lancini  - non accetti lo sguardo degli altri, soprattutto del gruppo dei pari che oggi è molto più forte della famiglia. Il ritiro scolastico non è mai improvviso, ma preceduto da una fase di assenze. Esci dallo sport, dagli scout e alla fine dalla scena sociale".
Molti pensano che Internet sia la causa della disconnessione, invece non è così. Secondo Lancini la relazione esiste (senza Internet il ritiro non sarebbe così diffuso) "ma gli hikikomori non stanno su social. Fanno del computer un uso piuttosto solitario. Giocano. Guardano video. Soltanto alla fine della terapia, alcuni hanno aperto un profilo".
La cura è difficile, possono volerci anni. Bisogna lavorare molto con le famiglie. "I ragazzi - spiega ancora l’esperto - negano la loro condizione, non ti parlano, non vengono da te. Se accettano, possiamo fare visite domiciliari, organizzare programmi di studio a casa, seguirli con un intervento clinico e una moderna terapia psicoanalitica. L’incontro con i coetanei, i genitori ci provano sempre invitando i compagni di scuola, è improponibile. Non c’è sessualità, non c’è contatto. I ritirati non hanno relazioni".
La domanda è: che cosa significa questo comportamento? C’è una ragione? "C’è una resa - sottolinea l’esperto -. Le difficoltà hanno portato alcune generazioni alla ribellione. Qui succede il contrario. Invece di farci la guerra, gli hikikomori si ritirano pacificamente, si sfilano da una competizione che diventa sempre più feroce. Nella società del sovranismo psichico, decidono di sparire".
24.03.2019


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