Le proteste si nascondono dietro al volto di Joker o di "V"
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Quando la "rivoluzione"
è un ballo in maschera
CLEMENTE MAZZETTA


La rivoluzione "non è un pranzo di gala", come diceva Mao Zedong. È diventata "un ballo in maschera". La frase dell’ex presidente della Repubblica popolare cinese andrebbe cambiata. Perché se c’è un elemento che contraddistingue le proteste che stanno infiammando il mondo, oggi sono le maschere. Dal Libano a Hong Kong, dal Cile all’Algeria, i giovani in mancanza di passamontagna si mascherano da Joker o da Guy Fawkes, il volto bianco di V, vendetta.
Il popolo è sceso in piazza per contestare l’ordine costituto. Nascondendosi dietro ad un’identità fittizia, anonima, misteriosa. Quasi una riedizione della primavera araba di otto anni fa, che ha contagiato il globo con una precauzione in più: non farsi riconoscere. Non c’è manifestazione dalla Bolivia all’Iraq, dal Sudan all’Inghilterra, dall’Equador alla Spagna che non abbia il suo travestimento. Come pure la sua repressione. La rivoluzione sarà pure un ballo in maschera, ma non si è trasformata in una festa.  
I fatti sono noti: in estremo Oriente da mesi centinaia di persone con le maschere sul volto si riversano nel centro di Hong Kong improvvisando barricate nelle strade per protestare contro le ingerenze cinesi. In Medio oriente, tralasciando la Palestina dove la protesta è endemica, in Libano si susseguono i cortei per dire no al carovita e alla corruzione con i giovani mascherati da Joker, il clown folle dell’ultimo film che diventa simbolo delle proteste violente a Gotham City, metafora delle città violente americane. La stessa maschera viene utilizzata in Cile per contestare l’aumento del trasporto pubblico e il governo inefficiente. A Barcellona nelle manifestazioni degli indipendentisti spiccano le maschere bianche con pizzetto e baffi, rappresentazione del volto del terrorista inglese che nel ‘600 tentò di far esplodere la camera dei Lord: V come vendetta. E dove non c’è la maschera, in Francia, ci sono i gilet gialli a unificare la protesta sorta nel 2018 per contestare l’aumento del prezzo della benzina. Il gilet giallo come  "divisa" identitaria. Un indumento proprio della strada, che si indossa in una situazione di pericolo. Simbolico.  
Come simbolico in passato è stato il passamontagna "celebrato" dal filosofo Toni Negri, nel pamphlet Dominio e sabotaggio scritto in Ticino nel 1977: "Nulla rivela a tal punto l’enorme storica positività dell’autovalorizzazione operaia, nulla più del sabotaggio. Nulla più di quest’attività di franco tiratore, di sabotatore, di assenteista, di deviante, di criminale che mi trovo a vivere. Immediatamente mi sento il calore della comunità operaia e proletaria, tutte le volte che mi calo il passamontagna".
Una maschera che per Negri si trasformò in atto giudiziario, quando fu processato per insurrezione e terrorismo, sembra anticipare il destino dei gilet gialli, ormai considerati solo  casseur, teppisti, vandali.  
E così a Hong Kong, ma non solo, si vietano le maschere nei cortei e nelle manifestazioni. Leggi contro il mascheramento che non sono una novità di oggi, osserva l’antropologo Paolo Campione (vedi intervista a lato): "I divieti sono molto antichi. A Venezia esistono norme che dal ‘400 arrivano all’800, così come in molti Paesi europei. La maschera è sempre stata perseguitata perché sostituisce ad un’identità visibile, una nascosta". Determinandone anche una "uniforme" come quella ispirata al volto di Joker: all’identità personale sostituisce un’identità sociale e collettiva, accrescendo la dinamica antagonista.
c.m.
03.11.2019


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