Una ricerca traccia l'identikit collettivo tra paure e gioie
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Chi sta bene e perchè,
svizzeri a confronto
MAURO SPIGNESI


È una questione di prospettiva, di punto d’osservazione. Anzi, come introduzione si potrebbe citare il detto che c’è sempre qualcuno più a nord del tuo Paese. In questo caso c’è sempre qualcuno che sta meglio di te, visto che si parla di benessere. Di quel benessere che percepiscono i ticinesi, che è più basso rispetto a quello degli abitanti di altre regioni svizzere ma che è più alto se invece il confronto si sposta – sfruttando altri dati - ai Paesi europei. Perché è un po’ questo che emerge dal quadro tratteggiato in un lavoro pubblicato nell’ultimo numero della rivista Dati e realizzato da Mauro Stanga, collaboratore scientifico dell’Ufficio cantonale di statistica. Si tratta di una ricerca che poggia su valutazioni soggettive sulla qualità della vita che messe insieme vanno a comporre un identikit collettivo di chi siamo e come stiamo.
E come stiamo? Un po’ meno bene rispetto agli altri cantoni. In sintesi, abbiamo uno scarso sentimento di padronanza della nostra quotidianità, spesso il morale è sotto i tacchi, soffriamo d’insonnia ma non d’appetito, siamo spesso stanchi e ci manca l’energia per andare avanti. Poi c’è anche l’ambiente circostante a condizionare i comportamenti e lo stile di vita. Ed ecco allora che la metà dei ticinesi ritiene che mediamente possa contare su un sostegno sociale e ha anche una persona con cui parlare dei propri problemi personal; soltanto una piccola parte confessa di essere solo.
Una carenza, la mancanza di amici o persone affidabili, che accomuna sia ticinesi che abitanti di altre regioni elvetiche. Il sessanta per cento del campione confessa poi di non essersi mai sentito solo, quasi il quaranta qualche volta e meno del dieci per cento abbastanza spesso. È un dettaglio importante della ricerca, questo. Perché i rapporti sociali, la capacità di intrecciarli e coltivarli, per molti esperti è una delle sfide del nostro tempo. Un tempo sempre più caratterizzato dalla tecnologia che ci abitua a vivere in una dimensione che non ammette estranei, che tende a creare situazioni di "splendida solitudine". In particolare per giovani e  adolescenti che coltivano i rapporti su social o su sistemi di messaggistica che tagliano i ponti con il passato, quando la scuola, la palestra e la piazza erano invece i punti di riferimento della giornata.
Ma il contesto a cui fa riferimento la ricerca riguarda anche l’ambito del lavoro e dunque tutti i riflessi che arrivano da questo luogo, ufficio o fabbrica che sia, dove si passano in media quasi cinque giorni alla settimana. Anche qui, tra il resto della Svizzera e il Ticino i margini scompaiono: il 38 per cento di entrambi i campioni presi in esame ritiene positivo il contesto in cui lavora, solo il 15 negativo. Come risulta alta la soddisfazione per il lavoro (naturalmente per chi ne ha uno). Ma, come è scritto nello studio, uno sguardo d’insieme sui dati mostra come le differenze più significative "tra contesto ticinese e quello svizzero emergano non tanto nell’ambito lavorativo in sé, quanto nell’insicurezza dovuta alla possibilità di perdere il posto di lavoro". Una circostanza, quest’ultima, che resiste, visto che era già emersa nell’indagine sulla salute pubblicata nel 2012.
Se poi il confronto si sposta su un asse più ampio, quello europeo, anche la scala del benessere coniugata su dati, stavolta di Eurostat, cambia. Perché se si parla di condizioni d’abitazione, occupazione, socialità, situazione finanziaria, la Svizzera è il Paese con il più alto indice di soddisfazione tra i Paesi presi in esame. Marcata stretta, come ormai avviene da anni, dai Paesi del nord (Danimarca, Finlandia, Norvegia e Svezia). In sostanza, sembra emergere dallo studio dell’Ufficio di statistica, a volte basta cambiare prospettiva per stare meglio.
mspignesi@caffe.ch
24.11.2019


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