La priorità dei partiti che affrontano una crisi d’identità
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Un'immagine più vera
per il canton Ticino
RENATO MARTINONI


Non giunge la fine di un anno senza che arrivi una domanda tanto scontata quanto inevitabile: come sarà quello che viene? Se è vero, come è vero, che "di doman non c’è certezza", come ricorda una giocosa canzone di Lorenzo de’ Medici ("Quanto è bella giovinezza | che si fugge tuttavia! | Chi vuole esser lieto, sia, | di doman non c’è certezza"), è però giusto che ci si fermi un attimo a guardare indietro, per fare un primo bilancio dell’anno che muore e per riempire il futuro di qualche necessario auspicio. Perché le cose vadano meglio. O meno peggio, a seconda dei punti di vista. Alla domanda: quali saranno le priorità da porre sul tavolo, quali i problemi da risolvere, quali le scommesse da cercare di vincere, per il Cantone Ticino del 2020, viene spontaneo rispondere un’altra volta: la sicurezza del lavoro, il numero dei frontalieri, i premi della cassa malati, l’invecchiamento della popolazione, la questione dei profughi.
Magari c’è chi aggiungerà, a buon diritto, il degrado sociale, la diffusione delle droghe presso fasce d’età sempre piu giovani, le derive incontrollabili dei "sòscial" con tutto il loro contorno di parolacce e di insulti, di false notizie, di chiacchiere inutili, di finti dialoghi tra persone sole. Nessun politico potrà ignorare, nel 2020, la crisi di identità in cui si trovano, e sempre più si troveranno, i vecchi partiti. Malgrado le promesse, i tentativi di rifletterci sopra, la buona volontà di alcuni, che purtroppo si accompagna all’incapacità, alla testardaggine e alla mancanza di visioni di altri, la strada sembra tutta in salita e il tracollo oramai vicino.
Anzi, c’è da ipotizzare che, se non l’anno prossimo, più prima che poi debba succedere un patatracch che non andrà a colpire soltanto una politica priva di ossigeno, e di idee originali, ma tutto un sistema sociale che, come una palafitta, poggia i suoi traballanti sostegni nelle acque tempestose di un’epoca sempre più povera di idee (anche se c’è chi si ostina a riempire i discorsi di parole come "progettualità": immaginarsi…) Lascio ad altri il compito di tratteggiare il Ticino del 2020 e di proporre delle soluzioni ai problemi rimasti sul tavolo: non ultimo quello di un Paese che continua a spartire tutto, nell’ambito pubblico almeno, come se quello che in realtà appartiene a tutti dovesse essere di pochi (pochi e, qui non si fanno eccezioni, fedeli militi dell’uno o dell’altro partito, di quelli tradizionali e di quelli che si presentano come vessilliferi della pulizia e dell’onestà: immaginarsi...). Dovendo indicare un settore in cui il nostro cantone deve impegnarsi, nel 2020, dico senza esitare: quello dell’immagine. Non dell’immagine cara ai santoni della comunicazione. No. L’immagine, complessa e non turistica, di sé. Basta uscire dai confini del Ticino per vedere quanto poco si sappia, di vero e di serio, del Ticino.
Basta parlare con chi, nel Ticino, ha il compito di far conoscere il cantone per avvertire quanta poca esperienza abbia troppe volte di altri mondi, quanto scarsa sia la conoscenza del modo di ragionare e di fare di chi vive intorno a noi e con cui dovremmo interagire. Penso in particolare al resto della Svizzera, ma anche all’Italia del nord. Quanto queste aree ci conoscono per davvero: nel bene e nel male, nelle "eccellenze" e nei difetti secolari che affliggono il nostro paese? Poco. Anzi, pochissimo. Il Ticino non può continuare a essere, com’è nella realtà, un’isola misteriosa per chi lo guarda dall’esterno. E allora, forza, nel 2020 diamoci da fare.
22.12.2019


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