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Come cambierà l'architettura secondo Michele Arnaboldi
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"E ora nelle città vuote
c'è la grande bellezza"
MAURO SPIGNESI


Io sono positivo. Credo che questo periodo doloroso vada ribaltato per cogliere ciò che ci ha lasciato di buono. Ci troviamo davanti a una variazione di paradigma culturale simile a quella, per fare un esempio, della rivoluzione industriale. Questa emergenza ha accelerato una mutazione, il passaggio dall’analogico al digitale con tutto ciò che questo comporta", spiega Michele Arnaboldi, architetto, urbanista, docente di progettazione all’Accademia di Mendrisio dal 2002, oltre che progettista di opere e abitazioni in diversi Paesi europei.
Architetto, questa emergenza sanitaria ha cambiato il suo lavoro?
"Sì. Noi sino a oggi abbiamo progettato, pensato il territorio e le nostre città, diffuse e senza limiti, in base a vecchi bisogni. I tre simboli che ci siamo portati dietro dal Dopoguerra erano la casa unifamiliare, l’automobile e il televisore. Oggi sono svaniti. L’auto si condivide o si noleggia sempre più, il televisore si usa meno del computer o del tablet mentre l’abitazione di proprietà per tante fasce di popolazione è diventata un lusso".
Abbiamo cambiato pagina?
"Tutto oggi va ripensato secondo una rinnovata sensibilità, come una maggiore attenzione all’ambiente, al recupero edilizio, alla sostenibilità, alla mobilità lenta, alla valorizzazione del paesaggio come elemento strutturale dell’urbanistica. Lo ha detto bene il professor Remigio Ratti, dobbiamo valorizzare quel capitale territoriale, che si basa sulle opportunità, sulle potenzialità, sui valori, sulla storia. Capitale territoriale che è l’esatto contrario della logica pianificatoria emersa in passato, quando non avevamo la sensibilità per cogliere certi valori. Nel progettare, poi, dobbiamo cambiare norme e parametri che ormai risultano obsoleti, complessi".
Anche le città cambieranno?
"In queste settimane ho visto le città vuote. Questa dimensione essenziale ha restituito loro grande bellezza senza il carico folle del turismo di massa alimentato dai voli low cost che riversano migliaia di persone in spazi fragili come i centri storici rendendoli tutti uguali, malati. Questa pandemia ci porta a riflettere sulla dimensione di questi luoghi e sul perché sia urgente viverli in modo diverso senza svalutarli, senza toglier loro l’essenziale elemento sociale. Ma soprattutto ci porta a capire che è possibile, anzi è necessario ripartire dal locale, dalle radici, dalle specificità per rispondere alla globalizzazione, all’omologazione".
Non pensa che anche con il digitale ci sia il rischio di omologazione?
"Dalla nuova cultura digitale emergono due elementi, due sfaccettature importanti. La condivisione e la connessione. Su queste basi si deve pensare al futuro e in questo senso dobbiamo progettare. Mi spiego. Le belle città storiche resteranno ma potranno essere migliorate sfruttando i nuovi valori sostenibili emersi in questa pandemia".
Come?
"Prestando attenzione ai servizi, all’organizzazione, al sistema dei trasporti, alla qualità della vita. Perché il digitale vuol dire, ripeto, anche sostenibilità e si può creare una economia sostenibile. Io non sono digitale, ho una certa età. Però vedo il digitale come un elemento positivo, come presa di coscienza del cambiamento".
Tra i tanti miglioramenti ci mette anche il risparmio energetico?
"In questo campo bisogna fare dei distinguo. Spesso le nuove normative sono il frutto di decisioni lobbistiche e politiche. Il problema dell’energia va visto in una visione più ampia, è un problema infrastrutturale e come tale va affrontato. E anche la densità a tutti i costi non è la risposta giusta, non è stata in questi anni la risposta giusta. Il digitale ci fa cambiare ottica, perché adesso anche in cima alla Vallemaggia sei collegato con il mondo".
La tecnologia ha cambiato il suo lavoro?
"Io non ho problemi a progettare e fare schizzi sul tablet. La tecnologia è importante e va sfruttata. Anche se restano momenti e luoghi dove la presenza umana è necessaria. Diciamo la verità, le teleconferenze dopo un po’ sono mortali, noiose. Ci troviamo tutti davanti a uno schermo a parlare, con un interlocutore virtuale. Quando io faccio lezione voglio sentire la forza fisica del gruppo, l’energia che trasmette, il coinvolgimento che davanti a uno schermo non c’è. Poi, è vero, certi strumenti riducono gli spostamenti e dunque il traffico e l’inquinamento, tagliano tempi e ci consentono di organizzarci meglio e ritagliarci anche del sano tempo libero. Ribadisco, la tecnologia va sfruttata intelligentemente".
Magari anche per ripensare allo sviluppo. Non crede?
"Oggi penso che la priorità vada data al risanamento territoriale. È necessario. Mi chiedo se non sia meglio in alcuni casi lasciare dei vuoti piuttosto che costruire inutilmente con una logica speculativa e malsana che ha spinto a ritrovarci, in particolare nelle città, migliaia di case vuote, sfitte. Sono convinto invece che vadano recuperate le periferie. Oggi abbiamo l’opportunità. Non lasciamocela scappare. Anche se poi purtroppo vedo riaffacciarsi vecchi modi di fare, emergere un vecchio sistema che ha mostrato tutti i suoi limiti".
(3- continua)
mspignesi@caffe.ch
17.05.2020


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