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Gli over 65 potrebbero contrarre due volte il Covid
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Anziani a rischio reinfezioni
ragione in più per vaccinarsi
ANTONINO MICHIENZI, DIVULGATORE SCIENTIFICO


Le persone con più di 65 anni che si sono ammalate di Covid-19 hanno un rischio più che doppio di contrarre nuovamente l’infezione rispetto alla popolazione generale. È l’avvertimento che arriva da un grande studio danese pubblicato su The Lancet che ribadisce che le reinfezioni sono un evento raro, ma da non sottovalutare, specie nella fascia della popolazione più in là con gli anni.
La ricerca si è avvalsa del grande sforzo diagnostico effettuato in Danimarca dove, dallo scorso maggio, è stata offerta a tutti i cittadini la possibilità di sottoporsi liberamente al tampone molecolare. Ciò ha consentito ai ricercatori di disporre di un’enorme mole di dati e di monitorare nel tempo le persone che avevano contratto l’infezione. Gli scienziati danesi hanno registrato complessivamente 138 persone che si sono infettate due volte tra i circa 30mila cittadini che si erano ammalati di Covid durante la prima ondata. Fatti i dovuti aggiustamenti, per i ricercatori una persona su 500 rischia di ammalarsi due volte. A scanso di equivoci, questo rischio, per quanto fornisca indicazioni di massima sulle probabilità di contrarre più di una volta infezione, non è assoluto, ma dipende dal contesto in cui è stato effettuato lo studio: dall’intensità delle misure di prevenzione, dal modello di società e così via.
Ciò che invece è più generalizzabile è il fatto che, sulla base dell’analisi danese, risulta che essere stati infettati dal virus conferisce una protezione di circa l’80% contro una nuova infezione. C’è però un’eccezione: gli over 65. In questa fascia della popolazione il livello di immunità cala bruscamente sotto il 50% e il rischio di reinfezione raddoppia. "La nostra scoperta che le persone più anziane hanno maggiori probabilità di quelle giovani di risultare nuovamente positive al test può essere spiegata con quei normali cambiamenti correlati all’età del sistema immunitario degli anziani, che spesso vengono definiti immuno-senescenza", scrivono i ricercatori, che avvertono che questi dati si riferiscono a uno scenario precedente a quello della diffusione delle nuove varianti. Oggi, il rischio di contagiarsi due volte potrebbe essere più alto.
"Dal momento che il gruppo con età più avanzata ha un rischio più alto che la malattia abbia un decorso clinico più grave, la nostra scoperta sottolinea la necessità di implementare misure protettive più efficaci per la popolazione più anziana, sotto forma di vaccini, maggiore attenzione alla distanza fisica e alle altre misure di controllo dell’infezione. Anche in chi ha già contratto l’infezione", concludono i ricercatori.
Intanto, proprio sul fronte dell’efficacia dei vaccini nella popolazione più anziana arrivano buone notizie dalla Gran Bretagna. A inizio marzo è stato pubblicato sul database medRxiv uno studio su circa 150 mila over 70 che hanno ricevuto il vaccino Pfizer o AstraZeneca tra dicembre e febbraio. I dati mostrano un’altissima efficacia per entrambi i prodotti: fin dalla prima dose i due vaccini mostrano una capacità compresa tra il 60 e il 75% di prevenire la comparsa di sintomi della malattia e dell’80% di evitare il ricovero. Dopo la seconda dose l’efficacia del vaccino Pfizer sale fino a circa il 90%, mentre non sono ancora disponibili i dati relativi alla seconda dose del vaccino AstraZeneca, dal momento che il Regno Unito ha deciso di rimandare la somministrazione della seconda dose scegliendo di puntare a raggiungere più persone possibile con una prima dose di vaccino.
A questo punto, secondo un’analisi condotta da Public Health England, in Gran Bretagna più dei due terzi della popolazione tra i 70 e gli 84 anni ha anticorpi contro il coronavirus: di questi, appena il 5,6% ha ereditato una protezione da una precedente infezione. Per tutti gli altri l’immunizzazione è frutto della vaccinazione.
27.03.2021


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