Un alpinista "all'antica" si racconta tra una cima e l'altra
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La vita in verticale
di Hervé Barmasse
MASSIMO SCHIRA


Quando la vita sembra essere arrivata ad un punto di non ritorno, ecco che - improvvisamente - si aprono nuove prospettive. Nuove vie, si direbbe in gergo alpinistico. Potrebbe essere questo, in estrema sintesi, il racconto della storia di Hervé Barmasse. Perché prima di diventare uno degli alpinisti più ammirati in assoluto e prima di seguire la lunga tradizione della sua famiglia, il 39enne di Valtournenche, in Val d’Aosta, ha dovuto affrontare un sentiero decisamente scomodo. Che, per portarlo a diventare il "Signore del Cervino", lo ha costretto ad affrontare un terribile incidente sugli sci. Quando, da giovane promessa delle prove veloci, si schianta contro un palo. È il primo capitolo di una chiacchierata con un uomo che alla montagna ha l’onore di poter dare del tu. "A distanza di qualche anno, analizzi certamente le cose con spirito diverso - racconta Barmasse -. È stato un momento difficile, dal quale sono uscito anche grazie all’aiuto di molte persone. E, in definitiva anche grazie al caso, alla fortuna. Che mi hanno poi portato a scalare".
Nella famiglia Barmasse, però, l’alpinismo è iscritto nel Dna…
"Senza dubbio, ma avrei preferito non dover vivere quei momenti per arrivare all’alpinismo e, magari, aver vissuto la mia carriera di sciatore. Amo molto quello che faccio oggi, ma nella vita capitano sempre tante cose e se mi si chiede cosa avrei preferito, nel rispondere ho qualche dubbio. Non rimpianti, ma rammarico".
Tra le particolarità della sua carriera di alpinista, c’è il fatto di aver condiviso alcune esperienze con suo padre Marco.
"È vero, ma se conto le volte in cui sono stato in montagna con mio padre, non arrivo a 10… Ma è bastato affinché lui mi trasmettesse la sua passione per un alpinismo fuori dagli schemi dell’eroismo e del protagonismo. Per vivere la passione per la montagna in modo semplice. Di certo sono stati momenti intensi".
D’altra parte suo padre è "colpevole" di averla trascinata su per il Cervino nella sua fase di recupero dall’incidente sugli sci…
"Il mio primo Cervino estivo è stato una sorta di premio per la mia riabilitazione. Il desiderio, con la montagna proprio fuori dalla porta di casa, c’è sempre stato. Ma a far scattare la molla è stata la prima invernale, che è arrivata un po’ per caso. Credo che mio padre l’abbia fatto involontariamente e che avrebbe preferito facessi altro nella vita".
Oltre ad alpinista affermato, è anche apprezzato divulgatore. Cosa significa raccontare la montagna, oggi?
"È una cosa che mi piace. Ma non per esaltare la prestazione sportiva, no. Per coinvolgere. Per far capire che la sfida in montagna può essere grande o piccola. Ma che non si tratta soltanto della scalata, bensì di una passione da vivere per tutta la vita. Provo a spiegarlo anche ai giovani".
Come è vista la montagna dal grande pubblico?
"Si paga ancora un certo ritardo storico. Nel senso che le montagne sono state conquistate dopo gli oceani, dopo i continenti, dopo i deserti.  Siamo in ritardo di almeno 300 anni rispetto al resto dell’esplorazione. Culturalmente, questo, spesso si percepisce ancora".
In che senso?
"Beh, ad esempio con il fatto che si vedono i montanari come gente che sopravvive, più che vive. Divulgare è anche spiegare che la montagna è fonte d’ispirazione".
Lo è stato per molti "maestri" dell’alpinismo...
"Anche a livello divulgativo. Messner ha sempre detto che il miglior alpinista è colui che la montagna riesce a preservarla. Bonatti ha giustamente aggiunto che, ormai, le cime impossibili da conquistare non esistono più. E, di conseguenza, la montagna è un mezzo che permette di rispecchiare chi sei. Non solo un luogo per la prestazione atletica".
Ha citato due grandi solitari dell’alpinismo. Come la mettiamo con la "fregatura della solitudine"?
"(ride) Andare da soli nella natura è una cosa che consiglio a tutti. Niente di estremo: lasciate a casa il telefonino e andate a fare un giro per i boschi! Il fatto è che quando affronti una solitaria, non è possibile spiegarne le emozioni. A nessuno. Nemmeno ad altri alpinisti. Secondo Messner e Bonatti è il modo miglior  per fare alpinismo. Forse è vero, ma a volte manca la gioia della condivisione. In questo senso parlo di fregatura".
Lei ama parlare anche di esplorazione nell’alpinismo. Ma esiste ancora questa componente?
"Si. Ogni viaggio è un’esperienza istruttiva. Non si può non guardarsi attorno pensando solo all’obiettivo. Bisogna ritrovare sensibilità ed istinto, qualità che si stanno perdendo, ma che ti fanno apprezzare le cose semplici e le sfumature della vita".
Cosa c’è nel futuro alpinistico di Hervé Barmasse?
"C’è uno spazio per la scoperta. Che mi porterà verso mete magari meno note, ma tutte da vivere".
E gli Ottomila?
"Ci penso. Certo. Ma voglio fare a modo mio, senza tralasciare l’esplorazione. Da solo, forse. In stile alpino di certo e su una via nuova. È l’unica scelta che considero, non dal profilo tecnico, ma anche per non sporcare la montagna".

mschira@caffe.ch
@MassimoSchira
22.01.2017


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