La storia di un padre di famiglia costretto in assistenza
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"Datemi un lavoro
sono papà di tre figli"
PATRIZIA GUENZI


Non voglio che i miei bambini crescano con un cattivo esempio, quello di un padre che per mantenere la sua famiglia chiede l’assistenza. Che non si alza la mattina per andare sul cantiere. Sono disperato, per favore datemi un lavoro per i miei tre figli". Con queste parole Gino Signorelli, 41 anni, operaio edile, si è rivolto al Caffè. Un appello il suo. Disperato e accorato. "Così non posso andare avanti – spiega l’uomo, una moglie di 33 anni e tre figli, di 9, 3 e 2 anni -. Pensavo di avere trovato un buon impiego. Da Lyss, nel canton Berna, abbiamo traslocato a Massagno perché avevo fatto un giro di telefonate alle agenzie interinali che mi aveva convinto che il lavoro in Ticino non mi sarebbe mancato. Invece…".
Inizia l’incubo. "Riesco a lavorare un paio di giorni in un cantiere - dice -. Il mio periodo di prova non è durato neanche una settimana, poi vengo scaricato. L’agenzia mi dice che purtroppo un posto per me non c’è più". Da quel tragico giorno sono trascorsi quasi cinque mesi. Rabbia e delusione nell’animo di Gino che non sa più dove sbattere la testa. Sulle spalle ha una famiglia numerosa. Disperato, lo scorso febbraio si rivolge a un quotidiano e grazie all’aiuto di alcuni lettori e dell’associazione Solidarietà di Ginevra riceve 3’500 e riesce a bloccare lo sfratto. "Con mia moglie abbiamo tagliato tutte le spese non necessarie, ma un tetto e un piatto caldo glielo devo dare o no ai miei figli?". E poi Gino non vuole soldi, vuole guadagnarsi il pane. Vuole un lavoro. "Un  l a v o r o - scandisce le lettere una ad una per dare ancora più peso al concetto -. Solo così puoi avere un ruolo nella società. E da padre io ho ancora più responsabilità. Il lavoro, se vogliamo dirla tutta, ti dà la dignità, ti permette di avere considerazione di te, autostima. Nella mia vita non mi sono mai fatto mantenere, io questa situazione non la reggo più".
Da tre mesi Gino ha chiesto aiuto all’assistenza. "L’unico lusso che mi permetto è un’assicurazione complementare per i denti dei bambini - dice -, ma non so sino a quando". Un lusso 190 franchi! E Gino, le lacrime agli occhi, torna al periodo sereno che s’è lasciato alle spalle, quando ancora poteva sperare di migliorare la sua condizione economica. "Ho sbagliato, ho sbagliato - ripete disperato -, ma perché  sono venuto in Ticino a fare la fame? Perché sono stato così ingenuo? A Lyss, c’erano sì alti e bassi, periodi di inattività, ma non sono mai restato disoccupato così a lungo". Originario del sud Italia, Gino sin da piccolo ha capito che nella vita bisogna arrangiarsi. Lavora nei cantieri, una parentesi come panettiere, poi impara a guidare i camion. Nel 2007 arriva in Ticino e ci resta sino al 2009. Torna un anno in Italia e poi va di nuovo in Svizzera, a Lyss, perché lì cercano operai edili. Ottiene un contratto a tempo determinato. Nel 2011 conosce sua moglie Tamara, originaria del canton Berna. La donna ha già una bambina di tre anni. Si sposano, arriva il primo figlio e poi il secondo. "Tutto andava bene, avevamo un appartamento, io un lavoro e i bimbi erano sani  - ricorda l’uomo -. La più grande andava già a scuola". Purtroppo, in quel periodo i Signorelli hanno un incidente grave. "Un‘automobile ci taglia la strada. Non posso lavorare per un anno. Seguo un programma occupazionale, in qualche modo mi sentivo utile. Quando sono stato nuovamente in grado di lavorare, nessuno più mi chiamava. Le agenzie sembravano aver dimenticato il mio nome. Chance concrete di trovare un impiego al di fuori dei cantieri non ne avevo". Così, Gino si lascia attrarre dalla chimera Ticino. "Mi ero informato prima, avevo guardato gli annunci, fatto telefonate. Ero sicuro che avrei immediatamente trovato un’occupazione in uno dei tanti cantieri del cantone". L’ottobre scorso, l’uomo svuota l’appartamento di Lyss, carica armi, bagagli, moglie e tre figli sull’auto diretto a Massagno, dove ha affittato casa. "Eravamo allegri, l’idea di andare a vivere dove si parlava italiano ci piaceva. Se solo avessi immaginato cosa mi aspettava non mi sarei certo spostato, o almeno non con tutta la famiglia".
Gino, nella sua semplicità, fa suo il pensiero di Erich Fromm. Per lo psicoanalista e sociologo tedesco, autore di numerosi libri, il lavoro è il grande emancipatore dell’uomo; la storia dell’umanità inizia solo nel momento in cui iniziamo a lavorare. "Che esempio sto dando io ai miei figli? Un padre deve alzarsi tutte le mattine, uscire di casa per andare a lavorare e rientrare la sera stanco morto. Solo così i ragazzi capiscono l’importanza del lavoro. Tutti dobbiamo contribuire in qualche modo, essere utili a questa società. Non è possibile che qualcuno se ne stia senza fare nulla, come me in questo momento. I soldi non piovono dal cielo, bisogna guadagnarseli". Per ora Gino ha l’assistenza, certo, "ma non è mica una soluzione. Io sto male - insiste -. Non dormo più, penso in continuazione a come uscire da questa situazione. Mi adatto a fare qualsiasi mestiere, ho anche la patente per guidare i camion. Mi basta un salario per mantenere la mia famiglia. Almeno pagare l’affitto, la cassa malati e il necessario per i miei figli". Gino ha preso in considerazione anche un altro trasloco. "La mia famiglia non può vivere in eterno con la valigia in mano".
Quando pensa al futuro Gino impallidisce. Si vergogna. È stato abituato a mai chiedere nulla. Questa volta è stato costretto. Non tanto per lui, ma per sua moglie e i figli. "Mi sento un verme. Quando ho ricevuto lo sfratto dall’appartamento avrei voluto morire. E se ci buttano fuori dove andiamo, dove porto i miei bambini? Devo assolutamente trovare un lavoro".

pguenzi@caffe.ch
19.03.2017


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