Un viaggio in bicicletta da Vacallo a Hong Kong
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'Insetti, scimmie, fango...
e ho ritrovato me stesso'
CLEMENTE MAZZETTA


Ha pedalato per 19mila chilometri, da Vacallo a Hong Kong. Solo. Lui e la sua bici. Robusta quel che basta, ma niente di speciale. "L’ho pagata 300 franchi e l’ho collaudata un paio di giorni prima di partire", dice Igor Meroni, 31 anni, insegnante di educazione fisica. Vive e lavora a Losanna. Quattro anni fa, in sella alla sua bici, ha attraversato due continenti nell’arco di poco più di un anno. Un viaggio di 13 mesi dal Ticino alla Cina seguito dalla Rsi, tappa dopo tappa in diretta. "Solo oggi quando lo racconto, mi rendo conto dell’impresa che ho fatto. Di quello che ho visto e vissuto". Ha toccato i Paesi del Medio Oriente. Scendendo i Balcani, arrivando in Grecia, attraversando il Bosforo. Passando dall’Iran. Pedalando in India. Risalendo dalla Cambogia, alla Thailandia, alla Cina. Scampando alle punture degli insetti, dall’acqua dei fiumi che l’hanno travolto, dalle scimmie che han fatto razzia delle sue cose. Senza ammalarsi... Poi è ritornato nel suo Paese, nella "sicurissima" Svizzera. E a Losanna gli han rubato la bici. "L’avevo lasciata incustodita, fuori da un supermercato".
Eppure era ritornato da quel viaggio con un’incredibile fiducia nel genere umano. Oltre che nelle proprie possibilità. "Alla fine - dice - mi son reso conto che una soluzione comunque si trova, in qualsiasi circostanza ci si sia cacciati". Igor, da sempre appassionato di viaggi, aveva deciso di andare a Est, perché considerava l’Asia una delle realtà fra le più interessanti, per la storia, le persone, la cultura. "Ho scelto la bici perché alla sicurezza unisce la lentezza. Dà il tempo di guardarsi in giro, di conoscere il mondo che si attraversa". Una considerazione di cui, a posteriori, non s’è affatto pentito. "Il ritmo lento di quei mesi ha favorito gli incontri. Tutto è stato positivo. In quella parte del mondo sono molto ospitali, gentili, disponibili".
Così quando gli successe di rompere l’asse del mozzo posteriore in Laos, gli bastò chiedere aiuto al primo passante. L’accompagnò in motoretta da un meccanico. Che gli saldò artigianalmente il pezzo consentendogli di proseguire. "Un viaggio lento, che avrei fatto anche a piedi se ne avessi avuto il tempo". Una convinzione profonda che l’ha portato a rifare - allungandola - l’Anabasi di Senofonte 2.500 anni dopo. Un viaggio "economico" - ha speso  6’600 franchi in 13 mesi - che gli ha cambiato punti di vista. "Non ho pregiudizi - aggiunge - ma in Iran ho conosciuto una realtà che non mi aspettavo. Ho capito che è un Paese dove è stupendo viaggiare. Mi è rimasto nel cuore. Su 41 notti che ho trascorso in Iran, sono stato ospitato 27 volte. Nei rimanenti giorni ero solo, nel deserto".
Un tempo lunghissimo che si trascorre in solitudine, che lascia spazio per pensare, per guardare dentro di sé: "Partire in bicicletta significa fare anche un viaggio introspettivo". Ma pure nelle diversità culturali, storiche, sociali del mondo. Nelle realtà più dure dell’India. Dove Meroni ha toccato con mano la povertà estrema. "Difficile da sopportare. Di fronte a quella realtà mi sono sentito quasi in colpa per il mio benessere. Anche per avere una bicicletta che la gente mi guardava con invidia. Così la prestavo facilmente a chi me la chiedeva per fare un giro. Mai avuto paura che me la rubassero". Già, l’hanno fatto a Losanna.
"La cosa più difficile del mio viaggio è stato partire. Poi una volta deciso tutto funziona. Anche se si vivono momenti preoccupanti, come mi è successo alla dogana fra il Turkmenistan e l’Iran. O all’entrata in Cina. Bisogna semplicemente restare calmi. Poi tutto si risolve. Anche nel deserto dell’Iran ho incontrato viaggiatori che si preoccupavano che avessi acqua a sufficienza. La gente è buona, gentile".    
cmazzetta@caffe.ch
24.03.2019


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